EisCafè Firenze, dove il gelato italiano diventa arte …

“La Germania mi ha accolto ma non mi ha regalato niente” – così Rolando Nardi, titolare della gelateria Eiscafè Firenze ad Haar. Una struttura avviata, giorno dopo giorno, a prezzo di sacrifici e che, oggi, è conosciutissima in tutta la zona. Non solo, offre dei corsi per insegnare l’arte del gelato artigianale sia ad adulti che a bambini. Insomma, la storia di un successo che la famiglia Nardi, partita negli Anni Ottanta dalla Toscana, ha inseguito e raggiunto grazie alla propria tenacia ed alla professionalità messa in campo. Oggi   la gelateria è passata di padre in figlio e continua a restare forte l’appartenenza all’Italia e l’orgoglio di essere italiani.

L’eiscafè Firenze fu avviato nel febbraio del 1986 quando i titolari che vivevano a Bagni di Lucca, cittadina famosa per l’arte dei figurinai  e per un presepe , realizzato dalla famiglia Fontanini, che è attualmente esposto in Vaticano, cominciano ad attraversare un periodo di crisi lavorativa. Fino ad allora la loro impresa edilizia era andata bene ma, in quel periodo, occorreva prendere una decisione e rischiare.  Fu mamma Nardi che promosse l’idea di cambiare settore e trasferirsi all’estero dove il mercato era invece in espansione. “Tre le caratteristiche fondamentali che ci hanno permesso di realizzare tutto – continua a raccontare Rolando – e cioè lo spirito di sacrificio, l’unità familiare e la tenacia  verso l’obiettivo che ci eravamo prefissi. Sono stati anni difficili perché se la Germania ha una società sicuramente più meritocratica, di contro, la nostra professione fino a cinque anni fa non era riconosciuta e quindi era un settore che non aveva regole precise. Per cui lavorare diventava estremamente difficile ed in più, dopo l’euro, la burocrazia è aumentata.  Si deve  ringraziare la nostra associazione a Berlino , la Uniteis  Union der Italienischen Eiskonditoren in Deutschland e.V.,   che si è impegnata affinché venisse riconosciuta ufficialmente la nostra professione”. Oggi nella gelateria lavorano, nei periodi di punta, fino a dodici persone.  La loro produzione è basata sul gelato per un sessanta per cento e il restante quaranta per cento è dedicata alla pasticceria ed agli aperitivi. Tutto rigorosamente Made in Italy. Rolando Nardi ha conquistato il quarto posto nei campionati tedeschi di produzione del gelato e nel 2014 è stato premiato per il   Red Passion, una sua invenzione realizzata sul gusto del Campari Orange  e prodotto con e senza alcool. La richiesta più frequente dei suoi clienti? Il mitico cappuccino.

 

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Intervista con Petra Reski, scrittrice, giornalista e saggista

 

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  • Quando e come è nato il tuo interesse per il fenomeno mafia?

“Ho iniziato ad interessarmi di mafia da studentessa, all’inizio un po’ ingenuamente, dopo aver letto Il Padrino di Mario Puzo. Poco dopo sono andata con il mio fidanzato dell’epoca in una vecchia Renault 4 dal Bacino della Ruhr, dove sono cresciuta, fino a Corleone. La mafia mi interessava perché la consideravo una specie di storia di famiglia, la storia di una famiglia perversa. Sono cresciuta in una grande famiglia di profughi tedeschi di cultura cattolica, dunque sapevo già  cos’è il “familismo” amorale. Ma sono ripartita subito da Corleone, delusa perché avevo visto solo vecchi con i loro berretti seduti ai margini della strada: non rispecchiavano la mia visione romanzesca della mafia. Come giornalista sono ritornata a Palermo per la prima volta nel 1989, per scrivere un reportage sulla Primavera di Palermo. Ho incontrato non solo Leoluca Orlando, ma anche la consigliera comunale Letizia Battaglia, famosa fotografa-antimafia, e la figlia Shobba, anche lei fotografa, con cui lavoro ancora oggi. Mi sono lasciata contagiare dall’euforia e dall’entusiasmo che si respiravano allora in Sicilia. Falcone e Borsellino avevano rappresentato l’accusa nel maxiprocesso e noi giornalisti avevamo la sensazione di essere testimoni di un momento storico: quel momento in cui la mafia finalmente sarebbe stata sconfitta. Che così non fosse, lo avremmo capito più tardi”.

  • Hai un tuo blog , hai scritto libri, continui ad occupartene per tenere alta l’attenzione. Sei stata minacciata per il tuo lavoro e per quello che hai denunciato attraverso i tuoi articoli per diversi giornali ed i tuoi libri.  Ci racconti cosa è accaduto?

“Sono anni che scrivo sulla mafia, in Italia. Per tanti giornali tedeschi: Die Zeit, Focus, Geo  eccetera. Ovviamente mi è accaduto, come accade a tanti giornalisti italiani, di essere stata aggredita durante le mie ricerche; per esempio a Corleone da un figlio di Riina (per fortuna oggi in carcere) oppure a San Luca. Nel 2007, a novembre, ero a San Luca per scrivere un reportage. Volevamo scattare delle foto della casa dei Pelle – Vottari. Pochi giorni prima era stato scoperto lì un bunker, e credevamo che tutto l’edificio fosse stato requisito, cosa che invece si dimostrò un errore fatale. Mentre stavamo lì davanti, dieci uomini uscirono di corsa e ci circondarono, intimandoci di consegnare bloc-notes e macchina fotografica. Se non fosse intervenuta una pattuglia della polizia che passava da lì per caso, non so cosa sarebbe potuto accadere. Ma questi erano incidenti di percorso. Era invece diverso quando ho scritto il libro “Santa Mafia”, che è stato pubblicato in Germania nel 2008, un anno dopo la strage di Duisburg. La mafia si è diffusa da 40 anni in Europa, in particolare in Germania dove è arrivata al seguito degli immigrati onesti italiani. Questo è un dato di fatto, confermato dalle indagini di inquirenti italiani e tedeschi. All’inizio, la mafia si è diffusa in Germania nelle regioni  industriali, a Monaco, nella regione della Ruhr (dove sono cresciuta) e attorno Stoccarda. Ma oggi si trova dappertutto, anche in città apparentemente idilliache come Münster, città universitaria, oppure la regione attorno al lago di Costanza, dove gli inquirenti calabresi hanno scoperto l’anno scorso alcuni clan della ‘ndrangheta”. Dopo la pubblicazione di “Santa Mafia”, Erfurt era una tappa prevista nel programma di presentazione del mio libro, che mi ha portato attraverso tutta la Germania, l’Austria e la Svizzera. Davanti alla libreria mi attendeva un ufficiale giudiziario che mi notificava un provvedimento d’urgenza richiesto da Spartaco Pitanti – uno dei protagonisti del mio libro: un ristoratore che lavorava da molto tempo a Erfurt e che era stato uno dei proprietari del ristorante “Da Bruno” a Duisburg. Secondo questa disposizione, tutti i passaggi  del mio libro che riguardano le attività di Pitanti dovevano essere resi illeggibili e anneriti. Questo non è certamente un inizio gradevole per una presentazione, dove mi aspettavano più di cento persone. Ho letto quindi dal mio libro, tra l’altro, anche i passaggi che riguardavano San Luca, così come quelli in cui i pubblici ministeri spiegavano la consistenza criminale dei clan di San Luca, passaggi che parlano anche di riciclaggio del denaro sporco. Dopo la mia lettura, hanno chiesto la parola diverse persone, tra queste anche l’ex sindaco di Erfurt, che hanno messo in dubbio la veridicità delle mie argomentazioni e con una certa verbosità hanno sostenuto che il riciclaggio di denaro sporco non è possibile in Germania, cosa che ho trovato piuttosto bizzarra. Ancora più strana mi è sembrata tuttavia l’osservazione di un italiano che, dopo essersi alzato tra il pubblico, lodò il mio coraggio energicamente e con aria di sufficienza (“Ammiro il suo coraggio, Signora, ammiro molto il suo coraggio”), per poi accusarmi di avere sporcato l’onore di quei signori che avevano richiesto un provvedimento urgente contro di me. Questo signore proseguì con un lungo discorso in difesa di quelle stesse persone, discorso che consisteva sostanzialmente nel mettere in discussione le mie affermazioni. Un secondo italiano si alzò e mi diede della mafiosa. Era una situazione irreale. I tedeschi presenti erano molto confusi. Alla fine della serata, mi hanno raggiunta molte persone, tra questi anche italiani, che avevano capito esattamente cos’era successo e, preoccupate, mi chiedevano se fossi da sola ad Erfurt e se fosse necessario accompagnarmi in albergo. Questo avvenimento per me ha rappresentato una svolta epocale. Non avrei mai immaginato di poter essere aggredita, inerme e apertamente, in pubblico. Poi seguirono processi, denunce penali, lettere e chiamate minacciose. Le autorità in Germania e in Italia sono state informate di tutto ciò che è accaduto e hanno preso provvedimenti adeguati. Per un po’ ho avuto la scorta quando ero in pubblico.  Quando il mio libro “Santa Mafia” è uscito in Germania, ero tranquilla perché le mie informazioni sulle attività mafiose di alcuni membri del clan Pelle-Romeo e le loro relazioni amichevoli con alcuni politici tedeschi erano basate su vari rapporti della polizia giudiziaria tedesca, su investigazioni giudiziarie italiane e tedesche. Ma questo non è stato preso in considerazione quando alla fine i tribunali hanno fatto annerire alcune pagine del mio libro “Santa Mafia” . Fino ad oggi può essere venduto solo con pagine annerite. I citati rapporti del BKA (polizia federale), oltre ad essere considerati segreti, sono stati considerati dai giudici civili tedeschi “insignificanti” , nel senso che tre rapporti interni del BKA sulle attività della ‘Ndrangheta in Germania oltre a vari indagini della magistratura tedesca e italiani non sono stati considerati sufficienti per parlare delle attività losche di un “presunto” (come avevo scritto) membro della ‘Ndrangheta. Il giudice diceva che solo una sentenza definitiva avrebbe giustificato il parlare di mafia. Cosi la stampa viene privata del diritto alla “Verdachtsberichterstattung” , ovvero il dovere della stampa di riferire un sospetto. Se la stampa ha solo il diritto di riferire sentenze già avvenute, non può più fare il suo dovere di “cane di guardia”.

  • Hai indagato nei rapporti tra mafia e chiesa, cosa c’è di vero e di reale ? Quali le connivenze?

“E’ singolare che tutti mafiosi sottolineano sempre di credere nel giudizio di Dio  e non in quello degli uomini. La mafia ha capito dall’inizio che non può esistere se non finge di sostenere la chiesa. Ci sono motivi storici per questo, in quanto la chiesa cattolica non era molto favorevole all’unità italiana. Considerava lo Stato forte come concorrenza. Forse questo non è neanche tanto cambiato dopo 150 anni. La mafia ha adattato in maniera perversa i valori cattolici per se stessa: “Onora il padre e la madre” vuol dire: mantieni la cosca mafiosa, il “Non dire falsa testimonianza” è necessario perché un mafioso deve poter fidarsi dell’altro. Persino il “Non commettere adulterio” ha un significato particolare per i mafiosi: non per motivi di etica, ma per praticità, perché una donna tradita potrebbe essere incontrollabile, potrebbe voler vendicarsi e sbilanciare l’equilibrio di una cosca mafiosa. E poi il “non uccidere” viene interpretato come da un soldato in missione – un mafioso si deve convincere che non uccide per motivi personali e dunque non ha rimorsi. In Santa Mafia ho descritto l’incontro con due preti molto particolari – ma non nel senso positivo: Don Mario Frittita a Palermo e Don Pino a San Luca. E anche nel mio libro  Sulla strada per Corleone  ho descritto l’ambiguità tuttora vigente della chiesa verso la mafia. Credo che Papa Francesco è stato convinto quando ha condannato la mafia. Ma a parte queste esternazioni papali, purtroppo ancora oggi non c’è un documento ufficiale antimafia del Vaticano”.

  •  L’avvalersi dei cosiddetti pentiti, con tutte le concessioni che vengono loro fatte nel momento in cui decidono di collaborare, non rappresenta un’arma a doppio taglio?

“Certo, ma questo era cosi dall’inizio. Ma se ho capito bene, non ci sono neanche più cosi tante concessioni, oggi. E, forse, questo sarà anche il motivo per cui ci sono sempre meno pentiti”.

  • E’ realmente ancora fondamentale, oggi, la loro collaborazione?

“Penso di si. Anche se il valore della collaborazione è stato diminuito nel passare degli anni da tanti provvedimenti e nuove leggi parlamentari. Sarà un caso. Mi preoccupa piuttosto che lo Stato italiano utilizzi i pentiti spesso come oggetti usa e getta: finita la tua collaborazione, non ti protegge più nessuno”.

  • Il ruolo delle donne nella mafia …

“La mafia consiste dall’inizio di donne e uomini. Hanno compiti e ruoli diversi, ma non ho mai creduto che le donne siano vittime innocenti di mariti mafiosi. Questo è stato solo un trucco per farlo credere al mondo – e soprattutto agli inquirenti – cosi le donne potevano continuare il loro lavoro dentro la mafia senza essere sospettate”.

  • Ci parli dei tuoi libri? Ce n’è uno che ti è particolarmente caro?

“E’ sempre difficile per uno scrittore dire a quale libro tieni;  soprattutto, quando  ne preferisci uno ti senti come un  traditore verso gli altri… Ho scritto tanti libri – di cui tre sono stati tradotti in Italiano: “Rita Atria – la picciridda dell’antimafia” http://www.petrareski.com/buecher/rita-atria-eine-frau-gegen-die-mafia/rita-atria-la-picciridda-dellantimafia/; “Santa Mafia”: http://www.petrareski.com/buecher/mafia/santa-mafia/ ; “Sulla strada per Corleone”: http://www.petrareski.com/buecher/von-kamen-nach-corleone/sulla-strada-per-corleone/. “Santa Mafia” è stato, oltre che un libro, anche un’ esperienza di vita: non mi sarei immaginata quanto è facile in Germania minacciare e fare causa contro un giornalista facendo riferimento alla presunta violazione dei “diritti della personalità”: chi si sente diffamato o privato nei suoi „diritti della personalità“ può essere risarcito profumatamente e – soprattutto – riesce anche ad annerire libri. Ancora oggi mi viene la rabbia quando vedo le pagine annerite. Ma ho scritto anche altri libri narrativi: sulla storia della  mia famiglia di profughi, su mia madre, su Venezia e sull’Italia. Dunque sono sempre stata scrittrice oltre ad essere giornalista. Anche per questo motivo ho scelto di scrivere adesso un noir sulla mafia. Scrivere romanzi significa per me non solo più soddisfazione creativa, ma mi aiuta anche a descrivere una realtà sociale senza dover perdere il mio tempo a difendermi nei tribunali tedeschi.  Per questo ho preso a cuore quello che lo scrittore francese Louis Aragon definiva come il „mentire vero“: le mentir vrai.  Lo scrittore svela la realtà inventandola. Il mio primo romanzo sulla mafia si chiama “Palermo Connection”: http://www.petrareski.com/buecher/palermo-connection/ . Ho inventato una donna magistrato di nome Serena Vitale (si fa chiamare Serena, perché il suo nome di battesimo è Santa Crocifissa Vitale, poveretta)  che lavora nella procura antimafia di Palermo. Fa un processo contro un ministro accusato di collaborare con la mafia. E poi c’è un il giornalista tedesco: Wolfgang W. Wieneke. Tutto esiste solo nella mia fantasia. Eppure è tutto vero. Per citare Umberto Eco: ”E’ ovvio che chi fa metafore, letteralmente parlando,   mente e tutti lo sanno. Ma questo problema si ricollega a quello più vasto dello statuto aletico e modale della finzione: come si fa finta di fare asserzioni  e tuttavia si vuole asserire qualcosa di vero al di là della verità letterale.” E’ proprio questo che ho voluto fare con „Palermo Connection“. Ho mentito. Per dire la verità. Poi ho scritto un seguito: “Die Gesichter der Toten. Serena Vitales zweiter Fall” http://www.petrareski.com/buecher/die-gesichter-der-toten/ . Sempre con gli stessi protagonisti: Serena Vitale  e, come anti-eroe, il giornalista Wolfgang W. Wieneke. Nel secondo libro ho descritto gli interessi della mafia nell’energia eolica   in Italia e in Germania. Finora questi romanzi non sono ancora stati tradotti, ma io non abbandono la speranza che lo siano presto”.

  • Continui a cercare, attraverso il tuo lavoro,  di far capire  che , purtroppo, la mafia non è più, da tempo, un fenomeno solo italiano ma che da anni ha trovato ampi spazi proprio in Germania. Qual è l’atteggiamento  dei Tedeschi verso questa realtà?

“Continuo a scrivere i miei romanzi noir sulla mafia, in questo momento sto scrivendo il terzo. Anche perché spero di arrivare così ad un pubblico più vasto. È più divertente leggere un romanzo sulla mafia che un saggio. I tedeschi sono molto interessati, ma purtroppo manca l’informazione”.

  • Quali sono , a tuo giudizio, le differenze tra il giornalismo tedesco e quello italiano?

“Oggi devo dire che non vedo più cosi tante differenze. La politica influenza molto anche i giornalisti tedeschi,  sarà anche perché i giornalisti hanno la tendenza a sentirsi attratti  dal potere. Ma paragonato con l’Italia, forse c’è ancora un po’ più di varietà mediatica in Germania. In Italia non vedo varietà , a parte il Fatto Quotidiano”.

  • Infine, ci parli del tuo prossimo progetto? A cosa stai lavorando? 

“Terzo libro della serie “Serena Vitale”. Questa volta voglio parlare degli interessi della mafia nel business dei profughi … E mi sto divertendo molto”.

 

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Silvia Alicandro: ” Una banca dati ed un pool anticrimine contro la pedofilia”

Silvia

  • Silvia Alicandro, mediatrice familiare, consigliere del Comites, insegnante. Ci  racconti qualcos’altro di te?

“Quando sono venuta a vivere a Monaco pensavo che avrei lavorato meno e che avrei dedicato il mio tempo, oltre che alla famiglia, allo studio della lingua, alla lettura e al volontariato, ma dopo un anno di relativo riposo ho ricominciato ad impegnarmi su vari fronti. Mi piace lavorare e mi piace stare a contatto con le persone e se necessario rendermi utile; per me conoscere e confrontarmi con altri è indispensabile e non sempre è facile incontrare persone interessanti, ma quando capita è una fortuna, soprattutto quando si trasformano in vere amicizie. Quelle vere ovviamente si contano sulle dita di una mano; per me le amicizie che ho sono state fondamentali nella mia vita e so di poter contare su di loro in qualsiasi momento e viceversa. Molti amori sono finiti, ma le amicizie sono sempre rimaste.Mi piace anche molto viaggiare, soprattutto andare in barca a vela e qui mi manca il mare. Ci sono nata al mare e anche se appena posso ci vado, mi sembra sempre che mi manchi qualcosa: l’orizzonte, il suono, il profumo”.

  • Cosa ti ha spinto a decidere di venire a vivere a Monaco?

“Mio marito è un ricercatore chimico ed insegna alla Technische Universität di Monaco ed era impensabile rinunciare ad una offerta simile, nonostante a Trieste avesse un lavoro stabile. Un ricercatore non può lavorare senza fondi e l’Italia, come sappiamo, investe poco nella ricerca rispetto alla Germania, così come nei giovani e in tanto altro. Quindi direi che abbiamo colto un’opportunità e Monaco ne offre molte anche per nostro figlio,  oltre ad essere una bella città“.

  • Come ti trovi?

“Come dicevo prima non posso dire di non essere felice a Monaco, anche se mi manca il mare. Abito in pieno centro, vicino all’ Englischer Garten e posso finalmente andare sempre in bicicletta, al teatro o al cinema. La vita culturale qui non manca di certo. Inoltre Monaco non è molto lontana dall’Italia e questo mi permette di tornarci spesso”.

  • Quali le differenze tra la società monacense e quella italiana?

“Vivo a Monaco da troppi pochi anni per esprimere un giudizio oggettivo; ho la sensazione che qui manchi un po’ il calore dell’accoglienza e dell’ospitalità che si possono facilmente sperimentare soprattutto nel meridione dell’Italia. Apprezzo molto invece il fatto che qui sono in molti ad usufruire dell’offerta culturale; i teatri e i musei sono sempre pieni e accessibili a tutti. Inoltre è bello vedere che i mezzi di comunicazione sono più curati rispetto a quelli italiani”.

  • Parliamo delle tue attività : oltre ad essere mediatrice familiare, sei in prima linea nella difesa dei bambini che subiscono violenza e nella lotta alla pedofilia. Attraverso quali strumenti te ne occupi ed in che modo?

“Sono ormai molti anni che, insieme al mio gruppo di lavoro e soprattutto con la nostra esperta la dottoressa Valentina Morana ( ha scritto anche un libro “La pandemia dei cervelli pedofili” Armando Editore), ci occupiamo a livello nazionale e internazionale di proteggere i bambini e i ragazzi. Erroneamente si ha dell’infanzia un’immagine felice e spensierata (come invece dovrebbe essere) ed è difficile capire che, oggi più che mai, gli orchi e i mostri che perseguitano i bambini sono molti e sono ovunque. I bambini sono diventati carne da macello e la gente spesso gira lo sguardo da un’altra parte perchè non vuole sentire e neanche immaginare cosa devono subire i bambini che vengono scelti  e richiesti dai loro carnefici sempre più piccoli. Stiamo tentando anche a livello politico di ottenere l’istituzione di una banca dati dei pedofili e la formazione di un pool anticrimine organizzato come avviene in altri Paesi europei. Ma è molto difficile in Italia; qualche hanno fa hanno tentato anche di ridurre le sedi della Polizia Postale, invece di aumentarle e supportarle. D’altra parte il giro di affari è enorme e i bambini non votano, quindi non contano. Un bambino di soli sette anni ha detto alla mia collega psicologa che nel mondo dei grandi non c’è giustizia. Ed è così purtroppo. A Trieste, dove ho vissuto oltre 25 anni, e per la prima volta in Italia, la candidata sindaco Alessia Rosolen, su nostro suggerimento, ha inserito nel suo programma l’istituzione del registro dei pedofili. Spero riesca ad essere eletta, nonostante non ne condivida il pensiero politico, anche se oggi destra e sinistra non hanno più alcun significato; per come stanno andando le cose in Italia contano solo i programmi e i fatti, oltre alla competenza e all’onestà”.

  • Parliamo di omogenitorialità ed alienazione parentale che sono altri temi caldi dei quali ti occupi anche attraverso il blog de lanostracampagna.org. Ci parli anche di questo?

“Purtroppo sono sempre di più le coppie che decidono di  separarsi e di divorziare e, come sempre accade quando un progetto di vita finisce, non sempre gli adulti coinvolti sanno affrontare il dolore e la delusione senza manifestare rabbia e spesso violenza, dimenticandosi che in questo modo fanno soffrire anche i figli. Non è raro infatti che molte madri, come anche i padri, comincino ad usare i propri figli per metterli contro il partner da cui si sono separati; li manipolano e gli fanno credere che non sia un buon genitore.Noi, invece, crediamo che sia indispensabile per i bambini e i ragazzi mantenere la relazione con entrambi i genitori anche se questi decidono di separarsi. Per questo crediamo che la legge 54/2006 sull’affido condiviso, ideata dal Prof. Marino Maglietta e stravolta in seguito in Parlamento, sia l’unica legge possibile e rispettosa dei bisogno dei figli. Invece molti giudici, con le loro sentenze, sembrano preferire la famiglia monoparentale e spesso emarginano la figura paterna. Il triste risultato è quello di rendere i bambini e i ragazzi, orfani di genitori vivi.Per quanto riguarda l’altro argomento relativo all’omogenitorialità ci vorrebbe molto tempo per capire cosa sta accadendo e come, anche in questo caso non si rispettano i bambini. Questi non chiedono di venire al mondo e sono Soggetti di diritto e non Oggetto di desiderio di adulti che, per natura, non possono procreare.L’essere umano proviene dal genoma (la prima cellula fecondata) ed è espressione del maschile e del femminile; quindi il bambino porta dentro di se’ la madre e il padre che hanno ruoli diversi, sono complementari ed entrambi quindi sono indispensabili per la sua crescita.Quando si propongono delle leggi bisognerebbe analizzare quali sono le ricadute e se danneggiano i soggetti più deboli, quelli che, come i bambini, non hanno voce in Parlamento.  Invece c’è una grande pressione solo per i diritti degli adulti e le loro esigenze”.

  • Il prossimo 27 maggio hai organizzato un convegno a Milano sul diritto di famiglia. Vuoi darci qualche notizia in più?

“Questo è il secondo convegno che organizza il Comitato che presiedo (maggiori informazioni si possono trovare sul nostro sito www.lanostracampagna.org) e non è facile coordinare tutto il lavoro da lontano. Il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare e stimolare un confronto tra le varie figure professionali, che operano in ambito giuridico e legislativo, sul tema dell’affidamento dei figli. Crediamo sia importante continuare a tutelare i bambini e le loro famiglie anche attraverso la formazione delle varie figure professionali. Ci sono troppi bambini ad esempio in Italia che vengono sottratti (in base al parere di assistenti sociali e/o psicologi) ai loro genitori per i motivi più vari  e rinchiusi nelle cosiddette case famiglie; si parla di circa 50.000 bambini con una retta di circa 200 euro al giorno. Basterebbe un quarto di questa cifra da dare ai genitori per rendergli la vita più semplice ed evitare che vivano nella miseria insieme ai loro figli. Ma anche questo sembra un affare conveniente. Insomma il lavoro è ancora molto lungo e faticoso e in un mondo, dove gli adulti sono sempre più concentrati su se stessi e poco disposti ad impegnarsi, i bambini sono sempre più invisibili“.

  •  Quali saranno, dopo il convegno, i tuoi prossimi progetti?

“Di progetti ne ho sempre molti in testa, ma poi devo fare i conti con le mie forze e il mio tempo. Comunque mi piacerebbe organizzare, in qualità di responsabile della commissione famiglia del Com.It.Es, un convegno anche a Monaco sul diritto di famiglia e provare a riunire intorno ad un tavolo alcuni professionisti che, per vari motivi, seguono le famiglie bi-nazionali. Le  informazioni sulla legislazione locale sono ancora poco conosciute e spesso ci sono dei problemi, soprattutto in merito all’affidamento dei figli. L’ideale sarebbe quello di arrivare alla formulazione di leggi condivise per un diritto di famiglia europeo”.

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Valeria Vairo si racconta e parla del suo nuovo libro: “Il sapore della vita”

 

 

Valeria foto            il sapore della vita

 

 

  • Ci racconti chi è Valeria?

“Be’ considerando il fatto che sono fermamente convinta che non c’è nulla di statico, nemmeno noi stessi, ti dico chi è Valeria in questo momento… una persona curiosa, che se può aiuta il prossimo, che a volte è scomoda perché non sopporta né l’ipocrisia né le scorrettezze, né i compromessi al ribasso”.

  • Da quanti anni sei a Monaco e come sei arrivata a decidere di vivere qui?

“I miei primi 10 anni a Monaco nella mia percezione sono rimasti per molto tempo tre, per cui se tu mi avessi chiesto “Da quanti anni sei a Monaco?” nel 2000 avrei risposto che ero appena arrivata, nel 2003 avrei risposto “da tre anni” e così ho continuato a rispondere senza pensarci nel 2005, 2007, 2010 fino a quando qualcuno mi ha fatto notare che ci conoscevamo da molto più tempo e che tre anni erano passati da un bel po’ e lì devo dire… è stato uno shock!! Comunque dal 2000 al 2016 sono passati ben 16 anni che sono volati, mi sembra ieri che trentenne ho iniziato l’avventura  monacense. Sono venuta a Monaco per migliorare la lingua tedesca che avevo studiato all’Università Cattolica del Sacro cuore a Milano insieme all’inglese. A un certo punto in Italia, dopo molti anni d’insegnamento dell’inglese in un liceo e dopo molti articoli per diverse testate più o meno importanti mi sono resa conto di aver bisogno di aria nuova e mi sono trasferita. Come spesso accade, questo bisogno aveva preso le sembianze di un uomo tedesco, ma poi mi sono innamorata di questa meravigliosa città e sono rimasta”.

  • Come ti trovi e quali sono le differenze rispetto all’Italia?

“A Monaco mi trovo molto bene soprattutto quando c’è il sole perché la città diventa fantastica, mi manca il mare però e ovviamente un po’ l’italianità. Oscillo molto tra l’apprezzare quello che la Germania offre e il desiderare di tornare in Italia, purtroppo però mi basta trascorrere 10 giorni nel mio Paese che i vantaggi di vivere in Germania mi diventano “Sonnenklar” come si dice qui… e smetto di oscillare”.

  • Come conservi le radici con la terra di nascita? Attraverso quali settori? C’è chi resta ancorato alle tradizioni gastronomiche, chi conserva le radici nel settore linguistico. Tu?

“Be’ io ho la fortuna di dirigere una rivista che si rivolge alla ristorazione italiana in Germania per cui sono spesso in Italia e ho la possibilità di conoscere, assaggiare, scoprire le eccellenze enogastronomiche del mio paese vecchie e nuove e soprattutto ho l’importante compito di promuoverle, aspetto del mio lavoro che mi entusiasma. Inoltre la rivista è in lingua italiana quindi continuo a lavorare con la mia lingua madre, poi la sera amo sedermi sulla mia poltrona in pelle e continuare a scrivere, sempre in italiano e così sono nati i miei libri. Grazie a loro rivivo costantemente il mio Paese. Quindi diciamo che mi toccano entrambe le componenti, quella gastronomica e quella linguistica”.

  • La rivista che dirigi è  Buongiorno Italia, ci racconti qualcosa di più?

“Buongiorno Italia” è una rivista di settore che si rivolge alla ristorazione italiana in Germania, esiste da 12 anni e io la dirigo da 5. I nostri ambasciatori gastronomici in terra tedesca sono più di 20.000 quindi hanno avuto e ancora hanno un grande potere economico e socioculturale in questo paese. Il potere, si sa, può essere usato bene o male. Tra di loro ci sono veri professionisti che hanno fatto di una passione il loro mestiere e quindi sono alla costante ricerca di nuovi prodotti, abbinamenti, sono sempre informati sulle nuove tendenze anche nutrizionali e partecipano in continuazione a corsi di formazione e aggiornamento. Questi sono i veri ambasciatori della cucina italiana. Ci sono però anche tanti che si improvvisano, convinti che solo il fatto di essere italiani dia loro il diritto di essere esperti di cucina o di caffè. Mi ricordo di quando un giorno davanti a un espresso terribile, dal sapore amaro e bruciato chiesi al barista italiano che me lo aveva proposto dove aveva imparato a fare il caffè, la risposta fu “Sono italiano, il caffè ce l’ho nel sangue, non ho bisogno di imparare!”. Gli augurai naturalmente che il suo sangue fosse in condizioni migliori del suo caffè e con delusione mi resi conto che è proprio questa gente a confermare i pregiudizi   sul pressappochismo italiano. Da parte mia, con “buongiorno italia”, c’è un grande impegno a mandare un messaggio forte: la qualità paga. Essere ristoratore in Germania non vuol dire accontentarsi, con la scusa che “i tedeschi non se ne intendono” (oltretutto enorme bugia perché soprattutto in Baviera il cliente tedesco è informato e pretende) ma vuol dire impegnarsi ancora di più per promuovere la ricchissima e unica cultura enogastronomica del nostro Paese. I ristoratori italiani all’estero hanno un’enorme responsabilità e non se lo devono dimenticare”.

  • I tuoi libri: ne hai scritto uno che ha avuto un’ottima accoglienza e il prossimo 22 giugno esce il secondo. Raccontaci tutto…

“Sì sono orgogliosa di annunciare che è in uscita “Il sapore della vita – Der Geschmack des Lebens” anche lui come “Profumo d’Italia” in versione bilingue (italiano e tedesco) edito dalla dtv. Si troverà in tutte le librerie in Germania dal 22 di giugno. In questo nuovo libro racconto una storia di emigrazione e integrazione. Giulia, la protagonista è figlia di pugliesi ma è nata e vissuta a Como (Sì lo ammetto, ho preso degli spunti dalla mia vita). La sua vita è stata una continua ricerca di equilibrio tra la realtà più solare, aperta, affettuosa ma anche rumorosa e invadente del Sud dove trascorreva i mesi di vacanza con nonni e parenti e quella più discreta, pacata, direi nebbiosa del nord palcoscenico della sua quotidianità con gioie e momenti difficili. Siamo quello che mangiamo, quindi la storia dell’integrazione della sua famiglia e in qualche modo anche sua si rispecchia in alcune ricette legate a episodi della sua vita. Per questo, alla fine di ogni capitolo, presento una ricetta pugliese o lombarda anche con il vino da abbinare. È interessante il fatto che Giulia riesca a raggiungere l’agognato equilibrio proprio trasferendosi anche lei a sua volta, qui in Germania, a Monaco di Baviera. Spero molto che anche il nuovo libro abbia il successo di “Profumo d’Italia – Ein Hauch Italien” che è stato per mesi al primo posto nella classifica di vendite dei libri bilingui della casa editrice.  Quando ho iniziato a scrivere “Il sapore della vita – Der Geschmack des Lebens” il tema emigrazione non era ancora così caldo come in questo momento storico, reso epocale soprattutto dall’arrivo dei profughi. In piccolo esiste però anche un’altra emigrazione, quella degli italiani che scelgono sempre più la Germania e tanti altri paesi come meta di fuga da una situazione senza prospettive. Integrarsi in un paese straniero (includo anche l’antica emigrazione dal sud Italia al Nord, perché per straniero intendo diverso, con mentalità differente) non è semplice e questo viene spesso sottovalutato. Ci sono problematiche nuove che vanno affrontate e non sempre si riesce nel migliore dei modi perché mancano gli strumenti culturali necessari; in “Il sapore della vita”  ho voluto attirare l’attenzione proprio su questo delicato processo sperando di essere riuscita a farlo in modo scorrevole e divertente”.

 

  • Quali, a tuo giudizio, le differenze tra il giornalismo tedesco e quello italiano?

“Per rispondere esaustivamente a questa domanda non basterebbero dieci pagine, anche perché si dovrebbe parlare del sistema d’informazione nel suo complesso nei due paesi. Diciamo che in Italia, e basta guardare uno dei tanti programmi che si occupano di politica, c’è troppo spesso un’informazione urlata, rissosa e polemica in cui è difficile capire fatti e datti. In Germania si urla meno e vengono forniti maggiori elementi per farsi un’opinione. Un’altra differenza sostanziale è che in Germania esiste una distinzione netta tra la stampa cosiddetta “seria”, un po’ paludata, tradizionale dai toni pacati rappresentata ad esempio dai quotidiani come la Süddeutsche Zeitung o la Frankfurter Allgemeine Zeitung e dall’altra la cosiddetta “Boulevardpresse” incarnata dal tabloid Bild che spara titoli, gridati e a effetto,  riporta notizie scandalistiche e tratta temi importanti con leggerezza, superficialità e spesso in termini populistici. In Italia questa distinzione netta non esiste, nei maggiori quotidiani italiani trovi di tutto: dall’articolo su temi molto seri trattati in modo impeccabile alle notizie sulle liti tra la giurata e il ballerino del programma Ballando con le stelle. Per terminare, Angela, permettimi  di dare a te il benvenuto (anche se un po’ in ritardo) e di farti tanti complimenti per il blog, che in poco tempo è diventato un punto di riferimento per la comunità italiana di Monaco”.

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Silvia Alicandro:”Una banca dati ed un pool anticrimine contro la pedofilia”…

 

Silvia

  • Silvia Alicandro, mediatrice familiare, consigliere del Comites, insegnante. Ci  racconti qualcos’altro di te?

“Quando sono venuta a vivere a Monaco pensavo che avrei lavorato meno e che avrei dedicato il mio tempo, oltre che alla famiglia, allo studio della lingua, alla lettura e al volontariato, ma dopo un anno di relativo riposo ho ricominciato ad impegnarmi su vari fronti. Mi piace lavorare e mi piace stare a contatto con le persone e se necessario rendermi utile; per me conoscere e confrontarmi con altri è indispensabile e non sempre è facile incontrare persone interessanti, ma quando capita è una fortuna, soprattutto quando si trasformano in vere amicizie. Quelle vere ovviamente si contano sulle dita di una mano; per me le amicizie che ho sono state fondamentali nella mia vita e so di poter contare su di loro in qualsiasi momento e viceversa. Molti amori sono finiti, ma le amicizie sono sempre rimaste.Mi piace anche molto viaggiare, soprattutto andare in barca a vela e qui mi manca il mare. Ci sono nata al mare e anche se appena posso ci vado, mi sembra sempre che mi manchi qualcosa: l’orizzonte, il suono, il profumo”.

  • Cosa ti ha spinto a decidere di venire a vivere a Monaco?

“Mio marito è un ricercatore chimico ed insegna alla Technische Universität di Monaco ed era impensabile rinunciare ad una offerta simile, nonostante a Trieste avesse un lavoro stabile. Un ricercatore non può lavorare senza fondi e l’Italia, come sappiamo, investe poco nella ricerca rispetto alla Germania, così come nei giovani e in tanto altro. Quindi direi che abbiamo colto un’opportunità e Monaco ne offre molte anche per nostro figlio,  oltre ad essere una bella città“.

  • Come ti trovi?

“Come dicevo prima non posso dire di non essere felice a Monaco, anche se mi manca il mare. Abito in pieno centro, vicino all’ Englischer Garten e posso finalmente andare sempre in bicicletta, al teatro o al cinema. La vita culturale qui non manca di certo. Inoltre Monaco non è molto lontana dall’Italia e questo mi permette di tornarci spesso”.

  • Quali le differenze tra la società monacense e quella italiana?

“Vivo a Monaco da troppi pochi anni per esprimere un giudizio oggettivo; ho la sensazione che qui manchi un po’ il calore dell’accoglienza e dell’ospitalità che si possono facilmente sperimentare soprattutto nel meridione dell’Italia. Apprezzo molto invece il fatto che qui sono in molti ad usufruire dell’offerta culturale; i teatri e i musei sono sempre pieni e accessibili a tutti. Inoltre è bello vedere che i mezzi di comunicazione sono più curati rispetto a quelli italiani”.

  • Parliamo delle tue attività : oltre ad essere mediatrice familiare, sei in prima linea nella difesa dei bambini che subiscono violenza e nella lotta alla pedofilia. Attraverso quali strumenti te ne occupi ed in che modo?

“Sono ormai molti anni che, insieme al mio gruppo di lavoro e soprattutto con la nostra esperta la dottoressa Valentina Morana ( ha scritto anche un libro “La pandemia dei cervelli pedofili” Armando Editore), ci occupiamo a livello nazionale e internazionale di proteggere i bambini e i ragazzi. Erroneamente si ha dell’infanzia un’immagine felice e spensierata (come invece dovrebbe essere) ed è difficile capire che, oggi più che mai, gli orchi e i mostri che perseguitano i bambini sono molti e sono ovunque. I bambini sono diventati carne da macello e la gente spesso gira lo sguardo da un’altra parte perchè non vuole sentire e neanche immaginare cosa devono subire i bambini che vengono scelti  e richiesti dai loro carnefici sempre più piccoli. Stiamo tentando anche a livello politico di ottenere l’istituzione di una banca dati dei pedofili e la formazione di un pool anticrimine organizzato come avviene in altri Paesi europei. Ma è molto difficile in Italia; qualche hanno fa hanno tentato anche di ridurre le sedi della Polizia Postale, invece di aumentarle e supportarle. D’altra parte il giro di affari è enorme e i bambini non votano, quindi non contano. Un bambino di soli sette anni ha detto alla mia collega psicologa che nel mondo dei grandi non c’è giustizia. Ed è così purtroppo. A Trieste, dove ho vissuto oltre 25 anni, e per la prima volta in Italia, la candidata sindaco Alessia Rosolen, su nostro suggerimento, ha inserito nel suo programma l’istituzione del registro dei pedofili. Spero riesca ad essere eletta, nonostante non ne condivida il pensiero politico, anche se oggi destra e sinistra non hanno più alcun significato; per come stanno andando le cose in Italia contano solo i programmi e i fatti, oltre alla competenza e all’onestà”.

  • Parliamo di omogenitorialità ed alienazione parentale che sono altri temi caldi dei quali ti occupi anche attraverso il blog de lanostracampagna.org. Ci parli anche di questo?

“Purtroppo sono sempre di più le coppie che decidono di  separarsi e di divorziare e, come sempre accade quando un progetto di vita finisce, non sempre gli adulti coinvolti sanno affrontare il dolore e la delusione senza manifestare rabbia e spesso violenza, dimenticandosi che in questo modo fanno soffrire anche i figli. Non è raro infatti che molte madri, come anche i padri, comincino ad usare i propri figli per metterli contro il partner da cui si sono separati; li manipolano e gli fanno credere che non sia un buon genitore.Noi, invece, crediamo che sia indispensabile per i bambini e i ragazzi mantenere la relazione con entrambi i genitori anche se questi decidono di separarsi. Per questo crediamo che la legge 54/2006 sull’affido condiviso, ideata dal Prof. Marino Maglietta e stravolta in seguito in Parlamento, sia l’unica legge possibile e rispettosa dei bisogno dei figli. Invece molti giudici, con le loro sentenze, sembrano preferire la famiglia monoparentale e spesso emarginano la figura paterna. Il triste risultato è quello di rendere i bambini e i ragazzi, orfani di genitori vivi.Per quanto riguarda l’altro argomento relativo all’omogenitorialità ci vorrebbe molto tempo per capire cosa sta accadendo e come, anche in questo caso non si rispettano i bambini. Questi non chiedono di venire al mondo e sono Soggetti di diritto e non Oggetto di desiderio di adulti che, per natura, non possono procreare.L’essere umano proviene dal genoma (la prima cellula fecondata) ed è espressione del maschile e del femminile; quindi il bambino porta dentro di se’ la madre e il padre che hanno ruoli diversi, sono complementari ed entrambi quindi sono indispensabili per la sua crescita.Quando si propongono delle leggi bisognerebbe analizzare quali sono le ricadute e se danneggiano i soggetti più deboli, quelli che, come i bambini, non hanno voce in Parlamento.  Invece c’è una grande pressione solo per i diritti degli adulti e le loro esigenze”.

  • Il prossimo 27 maggio hai organizzato un convegno a Milano sul diritto di famiglia. Vuoi darci qualche notizia in più?

“Questo è il secondo convegno che organizza il Comitato che presiedo (maggiori informazioni si possono trovare sul nostro sito www.lanostracampagna.org) e non è facile coordinare tutto il lavoro da lontano. Il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare e stimolare un confronto tra le varie figure professionali, che operano in ambito giuridico e legislativo, sul tema dell’affidamento dei figli. Crediamo sia importante continuare a tutelare i bambini e le loro famiglie anche attraverso la formazione delle varie figure professionali. Ci sono troppi bambini ad esempio in Italia che vengono sottratti (in base al parere di assistenti sociali e/o psicologi) ai loro genitori per i motivi più vari  e rinchiusi nelle cosiddette case famiglie; si parla di circa 50.000 bambini con una retta di circa 200 euro al giorno. Basterebbe un quarto di questa cifra da dare ai genitori per rendergli la vita più semplice ed evitare che vivano nella miseria insieme ai loro figli. Ma anche questo sembra un affare conveniente. Insomma il lavoro è ancora molto lungo e faticoso e in un mondo, dove gli adulti sono sempre più concentrati su se stessi e poco disposti ad impegnarsi, i bambini sono sempre più invisibili“.

  •  Quali saranno, dopo il convegno, i tuoi prossimi progetti?

“Di progetti ne ho sempre molti in testa, ma poi devo fare i conti con le mie forze e il mio tempo. Comunque mi piacerebbe organizzare, in qualità di responsabile della commissione famiglia del Com.It.Es, un convegno anche a Monaco sul diritto di famiglia e provare a riunire intorno ad un tavolo alcuni professionisti che, per vari motivi, seguono le famiglie bi-nazionali. Le  informazioni sulla legislazione locale sono ancora poco conosciute e spesso ci sono dei problemi, soprattutto in merito all’affidamento dei figli. L’ideale sarebbe quello di arrivare alla formulazione di leggi condivise per un diritto di famiglia europeo”.

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Giacomo Beccari :” Osservare l’infinito al telescopio? Un mistero grandioso ed una gioia “

 

Giacomo

 

  • Giacomo Beccari,  astronomo, scienziato … spiegato in parole semplici di cosa ti occupi?

“Lavoro all’European Southern Observatory, l’osservatorio astronomico europeo. Il cinquanta per cento del mio tempo lo dedico al supporto dei telescopi che si trovano in Cile. Faccio da interfaccia tra gli utenti e cioè gli astronomi europei e l’osservatorio stesso. Mi assicuro che gli strumenti funzionino secondo precise specifiche tecniche e scientifiche. Poi faccio ricerca scientifica, studio dall’evoluzione dei dischi intorno a stelle giovani, dove si pensa che possano formarsi i nuovi pianeti, allo studio degli ammassi globulari e di popolazioni stellari in galassie. Diciamo che studio le stelle dalle prime fasi evolutive fino agli ultimi momenti della loro vita. Parto dalla realtà e cerco di capire cosa accade”.

  • Da scienziato pensi che scienza e fede siano in contrapposizione?

“Secondo me no. Il problema grosso è la presunzione di chiedere risposte alla scienza che essa non può dare come quale sia il destino dell’uomo e da dove nasca questa innata ricerca di felicità. Domande legittime e molto importanti le cui risposte non possono a mio avviso arrivare dalla scienza. Scienza è ricerca continua della conoscenza che rivela misteri più grandi e che non porta mai a risposte definitive. La fede è una risposta culturale ed esperienziale. Io sono nato in Italia ed ho avuto una educazione cattolica. La sfida è abbracciare questa cultura che ho ricevuto e cercare di capirne il significato. Capire se può diventare esperienza viva. Ratzinger ha fatto una lezione bellissima nel 2006 per spiegare proprio questo. Spiegare perché e quando storicamente fede e ragione si sono divise. Come scienziato mi pongo di fronte alla realtà e l’unica cosa che riesco a dire è che non riesco a spiegare tutto ma il fatto che io abbia il desiderio di farlo, mi dice che esiste qualcos’altro. In realtà la fede è un motore per la ricerca. E’ un riconoscere con la ragione che il cuore ha desideri più grandi di quelli che si riesce a spiegare. Oggi paradossalmente desiderio e mistero destano scandalo. Si tende a cercare di far tacere questo grido che invece va gridato. Secondo me l’integralismo nasce da qui, dall’esclusione del cuore e dal prevalere delle ideologie, al rispondere ad un potere dominante”.

  • Impera anche il relativismo …

    “Io penso che l’unica maniera per contrastare il relativismo sia riscoprire la natura dell’uomo, il fatto che qualsiasi sia la religione, il sesso, il colore della pelle, l’uomo è pieno di un desiderio di bellezza e di verità. È innegabile e misterioso che tutti nasciamo con una domanda di verità. Immagina se questa coscienza, se questo sguardo dell’uomo verso l’uomo fosse al centro, fosse il criterio delle nostre scelte politiche, dei nostri modelli economici e culturali. Che mondo diverso sarebbe, un mondo popolato di donne e uomini con una percezione cosi alta di se e degli altri da riconoscere il fattore comune che ci unisce, ossia il bisogno di amore e di verità…che mondo diverso sarebbe…saremmo in molti guardare le stelle e ad amare il cielo :-)”

  • A proposito di guardare il cielo, abitudine che noi abbiamo perso, cosa si prova, cosa si scopre a farlo?

“E’ vero.  Noi astronomi siamo fortunati perché quello che si scopre è che la realtà è dominata dalla bellezza. Osservare l’infinito con un telescopio, confrontarcisi, già questa esperienza ti dà una vertigine. Guardi al telescopio e guardi una stella e sai che la luce che guardi ha lasciato quella stella milioni di anni fa. Un mistero grandioso e il fatto di condividerlo e studiarlo è una gioia”.

  • Giacomo legge solo libri di astronomia?

“No, no. Ora sto leggendo Pasolini,  “Gli scritti corsari “ e credo che l’autore sia stato profetico ed illuminante, specie per le riflessioni profonde e lucide su grandi eventi dell’Italia degli anni ‘70, dai sessantottini all’aborto. Ha avuto delle posizioni illuminanti già tanti anni fa. Parlava di adeguamento ad un modello culturale univoco e dei segni drammatici della morte della cultura popolare uccisa dalla dominante realtà borghese post-industriale e consumistica.  In un contesto storico che andava esattamente in direzione opposta al suo pensiero”.

  • Chi è Giacomo?

“E’ un uomo entusiasta della vita, del proprio lavoro e con un desiderio enorme di scoprire se stesso sempre di più, di tornare alle proprie radici e rifondarsi su questa base, imparare ad amare ciò da cui proviene e ciò che è. Sono le mie radici profonde che devo riscoprire. In fondo sono sempre stato e sempre rimarrò un veronese nel mondo”.

 

  • L’aver vissuto in tanti Paesi diversi rischia di far perdere la propria identità nazionale?

“È stata questa la scoperta più bella, fatta girando per il mondo e vivendo in tanti luoghi, Olanda, Cile, Germania, Stati Uniti. Ho scoperto che l’unico modo per abbracciare le altre culture è riscoprire la propria. Ho scoperto quanto è bello essere italiani. La cosa bella è che proporsi in questo modo ti fa distinguere tra le persone intelligenti e quelle che non lo sono”.

 

  • Un tuo desiderio, infine?

“Certamente il desiderio grande come uomo in questa fase della mia vita è di lasciare che il mio io, ossia il mio bagaglio di desideri, pensieri e di creatività affiori liberamente e mi permetta di vivere la realtà con un respiro di libertà. Spero che tutto questo mi aiuti a vivere il mio lavoro con un entusiasmo e un desiderio sempre nuovo di farmi sorprendere e stupire dalla natura e dall’universo. Spero tanto di mettere le mie esperienze e quello che ho imparato a servizio di nuove generazioni di astronomi che rischiano di farsi trascinare dalla grande onda di pessimismo che sembra voler dominare”.

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Ada Zapperi Zucker: “Il mio grande sogno? Scoprire cosa si nasconde dietro ogni essere umano”

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  • Scrittrice, insegnante di canto, moglie, mamma, femminista, allora chi è veramente Ada Zapperi secondo Ada Zapperi?

“Soltanto un essere umano che ha tentato di vivere il più intensamente possibile”.

  • Quando è arrivata qui a Monaco?

“Il 20 giugno del 1975, una data che non posso dimenticare”.

  • Come ha visto cambiare la città e la comunità italiana nel corso degli anni?

“Conosco la cosiddetta comunità italiana da pochi anni attraverso Rinascita e soprattutto Sandra Cartacci. Di lei posso dire tante cose positive: la stimo molto perché è veramente una persona seria. La città si è alquanto italianizzata”.

  • Oggi  Monaco  com’è?

“Monaco è e rimane la mia città. Non la cambierei con nessun’altra”.

  • Cosa pensa della situazione attuale, del momento difficile che vive la società in questi anni?

“Non credevo di avere ancora la possibilità di vivere questi rivolgimenti di carattere epocale e molto egoisticamente confesso di assistere con interesse a uno spettacolo che si ripete soltanto a intervalli di secoli”.

  • Immigrazione: è veramente possibile una integrazione a fronte di flussi così enormi ?

“Posso solo dire che si integra soltanto chi lo vuole veramente, chi cioè è disposto ad aprirsi a nuove possibilità non soltanto di carattere economico ma anche e soprattutto culturale. Integrazione per me significa arricchirsi di nuove cognizioni, nuove visuali e prospettive di vita”.

  • Lei è  anche insegnante, gli studenti di oggi come sono ?

“Non è affatto vero che i giovani sono sempre gli stessi: anche loro subiscono gli sviluppi, non sempre positivi, della cultura e della società nella quale vivono. Non sono migliori né peggiori di prima, ma vogliono subito tutto e si spaventano quando si accorgono che niente, anche oggi, viene regalato”.

 

  • Parliamo di donne e femminicidi … Nel 2013 in Italia è stata uccisa una donna ogni due giorni.  E’ possibile operare un’analisi del fenomeno ? Ed è  possibile difendersi? Come?

“Io resto dell’opinione che le prime a cambiare devono essere le donne, già dall’inizio e cioè come madri: l’educazione dei maschi e delle femmine deve assolutamente assumere un carattere sociale e anche qui, come in tutto ciò che riguarda la famiglia, le donne sono le maggiori responsabili e questo già da sempre. Agli uomini piace fare la guerra, purtroppo. Sarebbe un discorso troppo lungo ma essere femministe significa anche prendersi più responsabilità di prima: i diritti portano una quantità di doveri… non si può ignorare questo principio”!

  • Essere femministe oggi cosa vuol dire?

“Ho già risposto”.

  • Lei è credente?  Se si che rapporto ha con  la fede? Come la vive?

“No. E voglio aggiungere che sono contraria a tutte le religioni del mondo. La morale non ha bisogno di una religione”.

 

  • Ci racconta il suo rapporto con i libri  e ci parla delle sue letture  preferite?

“I libri sono stati i grandi compagni della mia vita”.

 

  • Cosa rappresenta la musica per lei?

“La musica è ciò che fa di me un essere umano a tutto tondo”.

 

  • Ci parla dei libri che ha scritto?   Ce n’è uno che ha amato di più?

“Ne ho scritti tanti e non ho preferenze, come non ho preferenze fra i miei figli”.

 

  • Un’ultima domanda: quale è il sogno  ancora da realizzare o il progetto al quale sta lavorando se ne ha uno?

“Alla mia età sarebbe grave se stessi ancora dietro a dei sogni da realizzare: il grande sogno di sempre è stato di imparare, imparare il più possibile, conoscere, scoprire cosa si nasconde dietro ogni essere umano”.

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Stammtisch italiano-tedesco , un incontro lungo cinque anni…

2016

“Tutto cominciò al Pepe Nero nel 2011– racconta Vittorio Montuori,  coordinatore dello Stammtisch  –  dall’idea di un gruppo di amici tedeschi e cioè  Albert Messmer, Florian Hinz e Lukas Voigts. All’epoca l’appuntamento settimanale era stato fissato per il lunedì. Poi, sia alcune limitazioni imposte dai titolari del locale che la scelta della giornata, imposero qualche cambiamento. E così, dal febbraio del 2013, l’appuntamento è stato spostato al venerdì  presso il Gast. Oggi, il gruppo dello Stammtisch italiano tedesco conta un nutrito numero di iscritti sulla pagina di Facebook ed è  una  piacevole realtà . Gli incontri si svolgono ogni due settimane. Un appuntamento fisso che, diffuso con il passaparola, dopo tanti anni al Gast o anche in locali di musica live, si è recentemente spostato all‘Ocui e al Punto DiVino per bisogno di spazio. Già, perché il gruppo, negli anni, è andato allargandosi  ed oggi conta, per ogni incontro, moltissime  persone che, dopo cinque  anni, si ritrovano in maniera spontanea e numerosa”. Da sottolineare che il gruppo non ha alcun sostegno da parte di enti o istituzioni. L’obiettivo? Socializzare, parlare italiano e tedesco per migliorare la lingua ma soprattutto fare nuove amicizie o consolidare quelle già acquisite.   “ Per me tutto è cominciato – afferma Lukas Voigts –   col fatto che non trovavo un incontro italiano che mi piacesse o la possibilità di incontrare persone giovani e a Schwabing.   E’ stato questo il motivo principale”.

“ Io avrei contribuito volentieri – afferma Massimo Tedesco – ma da ultimo arrivato posso solo mettere l’ accento sulle belle persone che ho conosciuto. Credo che ció che distingue lo Stammtisch sia la mancanza assoluta di filtri, chiunque é il benvenuto, Ci sono studenti,  mamme, avvocati e professionisti vari. Ci sono altri che vedono lo Stammtisch come un’ opportunità per uscire di casa, chi per allargare il proprio networking, chi per far pubblicità alla propria azienda, chi per conoscere ragazze. Il bello é che poi che attraverso lo Stammtisch si conoscono persone con interessi comuni che continuano a frequentarsi. Cominciamo ad essere tanti e credo che cresceremo ancora”!

“Lo stammtisch è anche un modo per aiutarsi a vicenda .Si  incontra tanta gente ed ognuno di noi può consigliare qualcun altro su svariati temi. È interessante per i nuovi arrivati in città ed è – afferma, a conclusione della chiacchierata , Fabio Rubino – interessante per i tedeschi che hanno la possibilità di fare un po’ di pratica con l’italiano magari proprio con i nuovi che parlano poco o niente il tedesco”.

 

 

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Rosanna Lanzillotti, libraia e recensionista per amore della conoscenza…

 

 

 

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Se fosse un vino sarebbe un Saturnino, pugliese, rosato ,trasparente, leggermente amabile e vivace al punto giusto. Così si definisce scherzosamente Rosanna Lanzillotti, libraia e recensionista per  amore verso i libri e la cultura, insegnante , volontaria e  titolare di un angolo libreria, Farfalla, dove espone soprattutto autori emergenti. Una talent scout  per passione. Ma, in realtà, chi è veramente?

 

“Sono una persona che cerca di dare voce a chi ne ha magari  una bella ma bassa, parlo di autori emergenti. Sono loro le persone di  cui mi sono occupata principalmente, scrittori che non sapevano neanche di saper scrivere. Poi si sono accorti che qualcuno li ha letti ed hanno avuto anche il coraggio di mettersi in discussione e, addirittura,  fare dei corsi per migliorarsi. Ora , nel giro di quattro anni appena, alcuni sono diventati autori affermati. Che altro dire di me?  Rosanna è colei che ha la voglia e l’entusiasmo di mettere in luce anche gli altri oltre se stessa. A me non piace la falsa modestia, a me  piace mettermi in gioco quindi dimostrare quello che so fare  accettando le critiche costruttive non quelle che cercano di  distruggere il tuo lavoro. In ogni caso anche da queste ho preso la parte positiva e mi sono rialzata. E questa è la cosa più bella, saper accettare sia le  critiche costruttive che le altre, prendendo da queste ultime il lato positivo”.

  • Quando arrivi a Monaco?

“A Monaco arrivo nel 1987, il 27 agosto. E’  stato un impatto molto strano. Il primo giorno ero frastornata, avevo vent’anni. Devo dire che  già allora ho conosciuto i miei attuali amici tedeschi. E questo mi ha dato la dimostrazione che si può avere una continuità e  che il nostro destino ce lo scegliamo sì  ma ci viene anche proposto. Monaco mi ha dato tanto e questo è anche il motivo per cui sono ritornata .Qui ho vissuto dieci anni senza mai dimenticare il luogo di origine che è,  appunto, l’Italia. Sono nata a Roma ma sono cresciuta anche in Puglia e lì ho ritrovato le mie vere origini. Sono sempre combattuta , se sono a Roma vorrei essere a Brindisi e viceversa ma alla fine vivo quello che ho felice di viverlo”.

 

  • Qual è il tuo rapporto con Monaco allora?

“Ho scelto questa città  perché è vicina all’Italia.  Qui ho  fatto il dottorato. E questo mi ha permesso di non essere una recensionista allo sbaraglio. Questo vuol dire che dietro ogni esame di lettura, di valutazione, dietro ogni scritto, c’è uno studio alle spalle. Ritengo che qualsiasi cosa si faccia  si deve cercare di farla al meglio. Questo vuol dire prendersi tempo, anche se a me il tempo sfugge tra le mani. Devo dire però che sto imparando ad apprezzarlo ed anche a fermarlo, a fare in modo che le lancette si  fermino un attimo e non mi portino via troppo di quello che vorrei conservare dentro me stessa .   Tornando a Monaco, in realtà,  l’ho scelta anche  perché è una città di cultura ed ha fascino e , ripeto, perché non mi fa sentire mai lontana da quello che è il mio punto di partenza, al quale poi si ritorna sempre. Almeno io lo faccio. Ritorno. Ultimamente il ritorno è stato a  Roma,  dove ho fatto l’ultima presentazione alla Feltrinelli in rappresentanza della stampa  internazionale, insieme a Gianni Maritati, responsabile della  rubrica cultura e spettacoli di Rai Uno . Mi auguro di poter continuare a Monaco  la mia attività ma non mi chiudo. Ho fatto presentazioni in altre città sia italiane che tedesche ed ora c’è un progetto su New York anche se è ancora top secret. Tra qualche mese ne riparleremo …”

 

  • Com’è il tuo rapporto con i libri?

“Il libro per me è un compagno di vita, un oggetto ma ha anche un’anima. È una persona che ho di fianco al letto quando mi addormento o mi sveglio, mi accompagna, mi dà forza, mi rallegra la giornata e soprattutto mi permette di condividere tanti  momenti con altre persone, non mi chiudo tra le pagine scritte. Per me ha un odore e se l’odore della carta non mi piace, non riesco a finire di leggerlo. . Il mio rapporto con i libri è un rapporto quasi paritario;  mi sveglio con una lettura, che può essere anche quello della Bibbia, e spesso mi  addormento  con un libro”.

  • Ci parli della tua libreria?

“La mia è una piccola libreria dove ci sono circa cento autori diversi, sistemati su una parete all’interno di un caffè diretto da due ragazzi e mezzo. Lo dirigono un uomo e una donna ed una ragazza che occasionalmente lavora lì. Quando i lettori entrano per scegliere un libro possono ordinare anche un buon caffè ed un ottimo cappuccino.   E per ogni libro ce’è un vino da accompagnare. Abbiamo cercato di unire la lettura al buon gusto. E’ un luogo che consiglio”.

 

  • Oltre al fatto che cappuccino e caffè sono ottimi, per quale motivo i lettori dovrebbero rivolgersi alla tua libreria, secondo te?

 

“Per la presenza, come dicevo, di oltre cento libri di nuovi scrittori. Perché spesso alcuni autori emergenti non diventano best seller per mancanza di occasioni. Chiediamoci, infatti,  quali possibilità ha un autore emergente in Italia. Magari ha talento ma non ha incontrato la persona giusta. Un libro è come un pezzo di torta a me può piacere e ad un altro no, però se a dieci persone piace e questo autore   vale e non ha avuto la  possibilità di essere conosciuto? Allora vi dico, fatevi un giro e sostenete gli autori emergenti. Altra cosa, i libri da me vengono venduti a prezzo di copertina,  senza prezzi maggiorati. Per me è un hobby che sta diventando lavoro ed anche se ci perdo economicamente lo porto avanti”.

 

  • Prima hai parlato della lettura della Bibbia, sei, quindi, credente?

“ Ti dico solo una cosa: se non avessi avuto la fede non starei qua”

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Federica Casolari racconta: ” I miei libri, il mio lavoro, i miei progetti”

  • Ci racconti chi è Federica?

“ E’ una persona che ha messo e mette passione nelle cose che fa, che è convinta delle scelte fatte. Certo, non sempre è stato facile ma adesso è contenta di ciò che ha”.

  • Da quanto tempo vivi a Monaco e cosa fai?

 “Sono in Germania da 19 anni, a Monaco da 13. Nel ‘97 sono andata via da Bologna e sono andata a vivere a Münster, poi sono venuta qui. Lavoro alla LMU, mi sono laureata in Lettere classiche a Bologna, ho fatto il dottorato in filologia classica a Münster e pubblicato lì la tesi di dottorato. Nel 2004 ho iniziato a lavorare all’Università e continuo con passione ed entusiasmo.  Insegno latino e greco (soprattutto greco) e sono responsabile anche di una collana che pubblica testi latini e greci con traduzione e commento in tedesco.  Svolgo entrambe le attività molto volentieri, in quanto mi consentono di analizzare costantemente i testi dell’antichità nella loro lingua originale e di immergermi quasi in un’altra dimensione: quando preparo i testi per i corsi che tengo cerco di farlo in maniera molto approfondita, cosa che è sicuramente consona al mio modo di rapportarmi al testo scritto in generale”.

  • Quindi hai, per la tua parte, la responsabilità di rappresentare la cultura italiana all’estero … Quanta passione metti nel veicolarla?

“Tanta. Intanto sto seguendo un progetto che è iniziato lo scorso anno ed ha a che fare con la mia attività all’ università . Quando i miei figli erano più piccoli avevo meno tempo, dall’anno scorso invece, ci sto lavorando. Ho pensato alla possibilità di un collegamento tra il teatro latino e greco e quello italiano. Ed è un progetto che va avanti. Un argomento del quale mi occuperò nel corso che presento, anche quest’anno, all’Istituto Italiano di Cultura. Un discorso lungo e complesso ma è una cosa che mi appassiona moltissimo”.

  • Come conservi le tue radici italiane?

“Quando sono arrivata in Germania, mi ha raccontato mio marito, ho detto che volevo frequentare solo tedeschi per imparare la lingua. Adesso non mi ricordo più di questa frase. Quando sono nati i miei figli, mi sono resa conto che mi mancavano le mie radici italiane anche nell’approccio all’educazione. Cosi ho cercato molti più contatti con gli italiani ed ho avuto la possibilità di conoscere tante persone diventate poi amiche con le quali ci si ritrova, si parla, si partecipa ad eventi culturali . Mi sono poi avvicinata all’Istituto Italiano di Cultura dove  i miei figli hanno fatto parte del  coro e dove io stessa ho partecipato a diversi eventi che l’Istituto  ha  organizzato. Il mio ambito lavorativo è prevalentemente tedesco, ma credo che gli studenti notino che sono italiana e notino la passione che metto nel mio lavoro. Attraverso l’Istituto e le amicizie si sono poi create molte altre possibilità: ho notato che ci sono tanti aspetti che possono contribuire alla formazione di legami su una base comune di appartenenza all’Italia ed anche i bambini lo percepiscono. Crescere con una madre italiana non riguarda solo la lingua, ma anche la cultura e la mentalità. Mi sento profondamente italiana e contenta di esserlo. Forse questo si sviluppa anche per il fatto di vivere all’estero. Anche per i bimbi, il fatto di andare spesso in Italia, di capire un’altra lingua, di frequentare il sabato una scuola italiana, partecipare a diverse iniziative è importante. Capisco che il loro ambiente è tedesco, ma l’italiano fa parte della loro identità. Infatti quando capita che siamo tra  amici  tedeschi  e sono costretta a parlare con loro in tedesco mi guardano in modo strano perché io sono la  mamma italiana. Una fiamma, questa, che bisogna sempre alimentare perché altrimenti potrebbe spegnersi”.

  • Da quello che dici si capisce che hai un rapporto molto stretto con i libri …

“Ho sempre amato leggere, vengo da una famiglia che ha sempre letto molto ed ho sempre amato l’italiano. Mi ricordo che, quando andavo a scuola, gli insegnanti ci dicevano di leggere qualche libro per le vacanze estive ed io ne ho approfittato per leggere tanti classici. Ho sempre letto moltissimo. Un libro su tutti? “Il nome della rosa”, letto a 15 anni. Il libro ideale per me; quello che collega la storia ed il romanzo. Umberto Eco scriveva in maniera divina. Sì, amo il romanzo storico.  Negli ultimi anni ho avuto meno tempo di dedicarmi alla lettura, tra il lavoro e i figli, ma in estate recupero. Adesso appena ho un pò di tempo, leggo. Per me è ossigeno”.

  • A figli cosa leggi?

“Ho letto loro favole classiche, poi anche quelle di Rodari, ma leggiamo insieme anche i fumetti. Devo dire che i fumetti italiani sono fantastici e scritti in ottimo italiano. Si apprendono anche vocaboli nuovi. I miei figli amano che io legga in italiano e lo faccio spesso e volentieri”.

  • Tuo marito è tedesco, quale è il punto di equilibrio per non far prevalere una cultura sull’altra?

“Secondo me sono fortunata perché mio marito ama molto l’Italia e parla bene l’ italiano, questo è un punto a nostro favore. Nessuno dei due cerca di prevaricare sull’altro. Penso sia positivo il fatto di aver vissuto insieme prima che arrivassero i figli perché così abbiamo avuto tempo di amalgamarci. Sì, ci possono essere dei momenti in cui si nota che l’altro tipo di cultura può essere fonte in qualche modo di disturbo, ma cerchiamo di capirci a vicenda. Un vantaggio è il fatto che io frequenti un ambiente tedesco e che lui abbia spesso a che fare con l’Italia e con gli italiani, quindi c’è un grande scambio; poi entrambi parliamo tutte e due le lingue. Ironizziamo anche, lui sulla mentalità tedesca ed io su quella italiana”.

  • Il tuo prossimo progetto?

“Finalmente ho ripreso a scrivere. Ho sempre amato moltissimo scrivere, ritengo che sia la forma creativa che al meglio mi rappresenta. Dopo aver scritto anni fa la mia tesi di dottorato in tedesco – esperienza che è stata sì faticosa, ma mi ha anche procurato molta soddisfazione – ho notato, soprattutto negli ultimi anni, quanto mi mancasse esprimermi in italiano ad un certo livello. Mi sono quindi riavvicinata alla mia lingua madre e adesso sto lavorando ad un libro nel quale cerco di evidenziare l’influenza del teatro greco e latino sulla formazione e sullo sviluppo di espressioni artistiche destinate sia alla lettura che alla rappresentazione scenica, quali l’opera lirica, la tragedia e la commedia Mi piacerebbe in futuro occuparmi anche in maniera approfondita del rapporto di Dante con le sue fonti. E’ un lavoro a livello scientifico. Ho iniziato da poco ed è un progetto che mi appassiona tanto. Non so cosa diventerà ma sta andando avanti.”

 

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