C’era una volta l’Occidente…

MONACO DI BAVIERA – A 48 ore dall’attentato , dalla strage nel centro commerciale Olympiaeinkaufzentrum, le domande sono ancora tante mentre le risposte praticamente nulle. Forse è stata l’opera solitaria di uno squilibrato o forse no. Nel primo caso, la domanda principale è: come ha fatto a procurarsi un’arma con tanta facilità? E sul serio, da solo, è riuscito a ferire venti persone e ad ucciderne nove ? Bene ha fatto la polizia bavarese a bloccare tutte le possibili vie di fuga e cioè metropolitana, bus, tram e a chiedere a tutti di restare chiusi in casa ma…non credo abbia fornito in maniera chiara notizie ai cittadini. Molte persone ancora pensano che gli attentatori siano due o tre e che siano in fuga. In ogni caso,  molti mi dicono che si sono sentiti sollevati a sapere che l’attentatore era solo un giovane con problemi mentali. Come se un folle rappresentasse meno pericolo. Forse in termini di numeri ma solo in questo…Un attentato ad opera di integralisti islamici avrebbe fatto molti più morti ma non può essere questa la fonte alla quale attingere sicurezza.  Non possiamo sperare che l’attentatore fosse solo un pazzo perché così le persone uccise sono state di meno. Nove vittime sono vite umane. Nove ragazzi, nove minorenni, tranne una donna di 45 anni. Nove esistenze spente all’alba, all’inizio dei loro anni. Un pazzo? L’Isis? La matrice ancora non la conosciamo ma, in termini, di delirio e tragedia, non fa moltissima differenza. Ad ogni angolo di strada potrebbe esserci un folle che riesce a procurarsi una pistola su Internet e decidere di uccidere quattro o cinque persone. Allora? Respiriamo di sollievo perché sono poche e l’Is ne avrebbe uccise di più?   Certo, il terrorismo è un nemico invisibile che non ha volto e che, proprio per questo, è difficile da combattere. Ma cosa si sta facendo seriamente a livello  europeo e di singoli Stati per contrastarlo?  L’Europa non ha una politica comune sull’immigrazione e, per quanto riguarda le singole Nazioni, la maggior parte di esse, attua una politica improntata ad un nauseante buonismo il quale ha prodotto più danni  e morti di una guerra.  Accordi con i Paesi di provenienza, no? Un’attenzione maggiore a chi entra in Germania  o in Italia, no? Atteggiamenti che hanno prodotto la situazione attuale di insicurezza e di paura. Ed è proprio questo sentimento negativo quello sul quale conta chi sta cercando di dominarci invadendoci. La paura. Quella che ci spingerà a dire, ok mi piego al tuo volere purché non mi ammazzi. In soldoni è così.   Quindi hanno già vinto perché molti di noi la mattina quando entrano in un vagone della metropolitana sperano di riuscire ad arrivare vivi al capolinea. Senza che una bomba scoppi dilaniandolo o che un pazzo entri sparando. Ma è vita? E’ questo quello che desideriamo per  gli anni a venire o per i nostri figli?  Desideriamo sul serio cancellare millenni di civiltà e nasconderci dietro ad un burka? Vogliamo continuare a togliere Crocifissi dal muro e Madonne dalle nicchie (come è accaduto oggi a Schio) per non disturbare qualcuno? Vogliamo continuare a chiedere scusa di essere nati e di vivere a casa nostra? Noi rispettiamo tutti ma chi rispetta la nostra cultura? E allora riappendiamo i Crocifissi, allestiamo i presepi, lasciamo le Madonne nelle nicchie e siamo fieri della nostra civiltà.Il che non vuol dire considerarsi superiori ma soltanto forti nella propria identità come è giusto che sia.  Nota a margine: come sempre a sopperire alle mancanze c’è la solidarietà tra persone, quella che ha suggerito a tanti, qui a Monaco, di aprire le proprie case a sconosciuti incontrati in pizzeria la sera della strage. Uomini e donne con bambini piccoli che non potevano rientrare a causa dell’allarme ancora in atto e che hanno trovato accoglienza nelle abitazioni di sconosciuti che, senza pensarci nemmeno un attimo, hanno deciso di ospitarli a casa propria.  Noi accogliamo e continueremo a farlo ma rispettate la nostra cultura…

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Matteo

 

  • Matteo Chincarini, uomo dal multiforme ingegno … Dipingi, fai radio,  reciti …

“Tutto nasce semplicemente dal fatto che mi stufo facilmente ed ho bisogno di nuovi progetti e nuove attività.  Sono profondamente convinto  che l’arte sia una sola, la ricerca del bello. Poi da italiano, e lo sottolineo perché da quando vivo all’estero sento maggiormente questa appartenenza, c’è l’esigenza di insegnarle queste cose belle. Fin da ragazzino ho sempre amato lo spettacolo ed inoltre mi piace stare sul palco perché vedo che la gente ha piacere a rilassarsi. In realtà noi facciamo un lavoro che  dovrebbe porci in qualche maniera in secondo piano.  Mi spiego meglio: la gente lavora tutto il giorno , la sera accende la tv e ci vuole chi sta li dentro a dire delle cose.  Esiste quindi una dimensione che trasforma tutto questo    anche in lavoro sociale; l’artista ha la possibilità di essere visto da tutti e quindi deve lanciare un messaggio che si spera sia positivo. Per quanto mi riguarda l’ho scoperto facendo il cabaret a  Milano, anzi più che il cabaret credo che questo sia il ruolo della satira . Penso che  una persona quando esce da teatro deve avere qualcosa a cui pensare, su cui riflettere”.

  • Per quanto riguarda i tuoi quadri, hai un soggetto preferito? Cosa vuoi raccontare a chi li guarda?

“I miei quadri hanno delle componenti molto personali. Ho visto , ed è qualcosa che  è avvenuta spontaneamente,  che non riesco a dipingere gli sguardi, i volti.  Così se dipingi un soggetto senza viso ognuno può dargli l’espressione che crede. Qui gioca la mia voglia di rendere partecipe il pubblico. Poi, alcuni quadri sono critici, altri sono sul teatro,  ma di tutti  sono un po’ geloso. Ho avuto la possibilità di esporli ma preferisco di no. C’è stato chi voleva comprarli ma non sono riuscito a darglieli…Pensa che questi quadri li ho fatti tutti in un solo periodo, nel  passaggio tra la mia vita milanese e quella monacense. Li ho dipinti in Austria, una specie di limbo in una casetta in mezzo agli alberi”.

  • Tu conduci anche un  programma a radio Lora,  nel quale ti occupi, ogni primo martedì del mese,  di tutto quello che riguarda la cultura italiana e gli eventi ad essa legati …

“La radio è un mezzo bellissimo. Ho iniziato a farla a Milano. Arrivato a Monaco ho avuto la sorpresa di trovare  una radio italiana. È molto interessante perché in teatro devi esprimerti col corpo invece qui puoi usare solo la voce. Io sono molto fisico e dover usare solo la voce per me è molto intrigante. Ogni primo martedì del mese parliamo di cultura italiana, di quello che accade a Monaco.  Avere la possibilità di raccontare ogni mese  quello che accade di italiano ti arricchisce,  conosci tutte le realtà e sono davvero tante. Mi fa piacere farlo, poi ci sono dei progetti che magari con la nuova stagione riusciamo a realizzare”.

  • Ci anticipi qualcuno di questi progetti?

“Allora, a parte alcuni eventi che presenterò in Italia, con la quale cerco di mantenere tutti i contatti possibili, qui a Monaco  ci sono diverse idee. Una riguarda il teatro  attraverso l’idea di una fusione. Vorrei, cioè,  mettere insieme diversi gruppi perché credo sia inutile farsi la guerra gli uni con gli altri quando si può fare un progetto comune. Poi ho in mente dei progetti artistici sulla fotografia, vorrei ritornare a dipingere e poi progetti più particolari che riguardano un video e dei cortometraggi. Già ho avuto esperienza con la regia e mi piacerebbe tornare dietro le quinte. Poi qualcosa sulla moda”.

  • Teatro, fotografia, regia, pittura : hai tralasciato qualcosa?

“La musica. E’ un campo che non pratico. Però ci sono dei progetti con la società dei Concerti .Per  il momento in questo settore sono entrato solo a livello organizzativo”.

  • Da quanto tempo vivi a Monaco?

“Sono qui da un anno e mezzo. Vivo  col mio compagno. In realtà è stato lui l’artefice del trasferimento. Quando è venuto qui a fare il dottorato ho deciso di seguirlo. Sai, vivere all’estero apre la mente e ti fa apprezzare di più la tua Nazione”.

  • Hai trovato difficoltà nell’avviare la tua vita qui,  vivere col tuo compagno?

“Guarda, il  pregiudizio a mio avviso lo vivi quando cerchi di chiedere permesso. Quando sei sicuro di te, invece,   dici “ io ho un compagno,  se vi va bene ok se no è uguale”. Poi Monaco è una città  molto aperta  e non ho trovato  difficoltà ma in realtà non ci ho mai pensato.  Sai,  sono un po’ faccia di bronzo e non mi preoccupo tanto di quello che pensano gli altri. Inoltre ho avuto la fortuna di essere sempre stato apprezzato dalla famiglia e quindi il problema non si è mai posto. I problemi forse questo nascono  quando uno si sente diverso. Invece per me funziona così:  io sono moro, tu sei biondo, un altro è gay. Ma in tutta sincerità non ho mai avuto problemi neanche in Italia, ci tengo a dirlo. Penso, anzi sono convinto che l’opinione pubblica sia molto più aperta di quella politica. Ormai questo fa parte del quotidiano come il colore della pelle”.

  • Quale il tuo prossimo traguardo?

“Il matrimonio con Marco. Per diversi motivi:il  primo  è  quella romantico sentimentale; il  secondo quello  di tutelarsi a vicenda a livello legale, essere riconosciuti dallo Stato come coppia; infine il terzo motivo è che, visto che anche in Italia  c’è la possibilità delle unioni civili, credo sia anche un gesto di normalità. Noi ci vogliamo bene e vogliamo condividerlo con i nostri amici e i nostri parenti. In Italia, che è e resta  sempre la nostra terra”.

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EisCafè Firenze, dove il gelato italiano diventa arte …

“La Germania mi ha accolto ma non mi ha regalato niente” – così Rolando Nardi, titolare della gelateria Eiscafè Firenze ad Haar. Una struttura avviata, giorno dopo giorno, a prezzo di sacrifici e che, oggi, è conosciutissima in tutta la zona. Non solo, offre dei corsi per insegnare l’arte del gelato artigianale sia ad adulti che a bambini. Insomma, la storia di un successo che la famiglia Nardi, partita negli Anni Ottanta dalla Toscana, ha inseguito e raggiunto grazie alla propria tenacia ed alla professionalità messa in campo. Oggi   la gelateria è passata di padre in figlio e continua a restare forte l’appartenenza all’Italia e l’orgoglio di essere italiani.

L’eiscafè Firenze fu avviato nel febbraio del 1986 quando i titolari che vivevano a Bagni di Lucca, cittadina famosa per l’arte dei figurinai  e per un presepe , realizzato dalla famiglia Fontanini, che è attualmente esposto in Vaticano, cominciano ad attraversare un periodo di crisi lavorativa. Fino ad allora la loro impresa edilizia era andata bene ma, in quel periodo, occorreva prendere una decisione e rischiare.  Fu mamma Nardi che promosse l’idea di cambiare settore e trasferirsi all’estero dove il mercato era invece in espansione. “Tre le caratteristiche fondamentali che ci hanno permesso di realizzare tutto – continua a raccontare Rolando – e cioè lo spirito di sacrificio, l’unità familiare e la tenacia  verso l’obiettivo che ci eravamo prefissi. Sono stati anni difficili perché se la Germania ha una società sicuramente più meritocratica, di contro, la nostra professione fino a cinque anni fa non era riconosciuta e quindi era un settore che non aveva regole precise. Per cui lavorare diventava estremamente difficile ed in più, dopo l’euro, la burocrazia è aumentata.  Si deve  ringraziare la nostra associazione a Berlino , la Uniteis  Union der Italienischen Eiskonditoren in Deutschland e.V.,   che si è impegnata affinché venisse riconosciuta ufficialmente la nostra professione”. Oggi nella gelateria lavorano, nei periodi di punta, fino a dodici persone.  La loro produzione è basata sul gelato per un sessanta per cento e il restante quaranta per cento è dedicata alla pasticceria ed agli aperitivi. Tutto rigorosamente Made in Italy. Rolando Nardi ha conquistato il quarto posto nei campionati tedeschi di produzione del gelato e nel 2014 è stato premiato per il   Red Passion, una sua invenzione realizzata sul gusto del Campari Orange  e prodotto con e senza alcool. La richiesta più frequente dei suoi clienti? Il mitico cappuccino.

 

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Intervista con Petra Reski, scrittrice, giornalista e saggista

 

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  • Quando e come è nato il tuo interesse per il fenomeno mafia?

“Ho iniziato ad interessarmi di mafia da studentessa, all’inizio un po’ ingenuamente, dopo aver letto Il Padrino di Mario Puzo. Poco dopo sono andata con il mio fidanzato dell’epoca in una vecchia Renault 4 dal Bacino della Ruhr, dove sono cresciuta, fino a Corleone. La mafia mi interessava perché la consideravo una specie di storia di famiglia, la storia di una famiglia perversa. Sono cresciuta in una grande famiglia di profughi tedeschi di cultura cattolica, dunque sapevo già  cos’è il “familismo” amorale. Ma sono ripartita subito da Corleone, delusa perché avevo visto solo vecchi con i loro berretti seduti ai margini della strada: non rispecchiavano la mia visione romanzesca della mafia. Come giornalista sono ritornata a Palermo per la prima volta nel 1989, per scrivere un reportage sulla Primavera di Palermo. Ho incontrato non solo Leoluca Orlando, ma anche la consigliera comunale Letizia Battaglia, famosa fotografa-antimafia, e la figlia Shobba, anche lei fotografa, con cui lavoro ancora oggi. Mi sono lasciata contagiare dall’euforia e dall’entusiasmo che si respiravano allora in Sicilia. Falcone e Borsellino avevano rappresentato l’accusa nel maxiprocesso e noi giornalisti avevamo la sensazione di essere testimoni di un momento storico: quel momento in cui la mafia finalmente sarebbe stata sconfitta. Che così non fosse, lo avremmo capito più tardi”.

  • Hai un tuo blog , hai scritto libri, continui ad occupartene per tenere alta l’attenzione. Sei stata minacciata per il tuo lavoro e per quello che hai denunciato attraverso i tuoi articoli per diversi giornali ed i tuoi libri.  Ci racconti cosa è accaduto?

“Sono anni che scrivo sulla mafia, in Italia. Per tanti giornali tedeschi: Die Zeit, Focus, Geo  eccetera. Ovviamente mi è accaduto, come accade a tanti giornalisti italiani, di essere stata aggredita durante le mie ricerche; per esempio a Corleone da un figlio di Riina (per fortuna oggi in carcere) oppure a San Luca. Nel 2007, a novembre, ero a San Luca per scrivere un reportage. Volevamo scattare delle foto della casa dei Pelle – Vottari. Pochi giorni prima era stato scoperto lì un bunker, e credevamo che tutto l’edificio fosse stato requisito, cosa che invece si dimostrò un errore fatale. Mentre stavamo lì davanti, dieci uomini uscirono di corsa e ci circondarono, intimandoci di consegnare bloc-notes e macchina fotografica. Se non fosse intervenuta una pattuglia della polizia che passava da lì per caso, non so cosa sarebbe potuto accadere. Ma questi erano incidenti di percorso. Era invece diverso quando ho scritto il libro “Santa Mafia”, che è stato pubblicato in Germania nel 2008, un anno dopo la strage di Duisburg. La mafia si è diffusa da 40 anni in Europa, in particolare in Germania dove è arrivata al seguito degli immigrati onesti italiani. Questo è un dato di fatto, confermato dalle indagini di inquirenti italiani e tedeschi. All’inizio, la mafia si è diffusa in Germania nelle regioni  industriali, a Monaco, nella regione della Ruhr (dove sono cresciuta) e attorno Stoccarda. Ma oggi si trova dappertutto, anche in città apparentemente idilliache come Münster, città universitaria, oppure la regione attorno al lago di Costanza, dove gli inquirenti calabresi hanno scoperto l’anno scorso alcuni clan della ‘ndrangheta”. Dopo la pubblicazione di “Santa Mafia”, Erfurt era una tappa prevista nel programma di presentazione del mio libro, che mi ha portato attraverso tutta la Germania, l’Austria e la Svizzera. Davanti alla libreria mi attendeva un ufficiale giudiziario che mi notificava un provvedimento d’urgenza richiesto da Spartaco Pitanti – uno dei protagonisti del mio libro: un ristoratore che lavorava da molto tempo a Erfurt e che era stato uno dei proprietari del ristorante “Da Bruno” a Duisburg. Secondo questa disposizione, tutti i passaggi  del mio libro che riguardano le attività di Pitanti dovevano essere resi illeggibili e anneriti. Questo non è certamente un inizio gradevole per una presentazione, dove mi aspettavano più di cento persone. Ho letto quindi dal mio libro, tra l’altro, anche i passaggi che riguardavano San Luca, così come quelli in cui i pubblici ministeri spiegavano la consistenza criminale dei clan di San Luca, passaggi che parlano anche di riciclaggio del denaro sporco. Dopo la mia lettura, hanno chiesto la parola diverse persone, tra queste anche l’ex sindaco di Erfurt, che hanno messo in dubbio la veridicità delle mie argomentazioni e con una certa verbosità hanno sostenuto che il riciclaggio di denaro sporco non è possibile in Germania, cosa che ho trovato piuttosto bizzarra. Ancora più strana mi è sembrata tuttavia l’osservazione di un italiano che, dopo essersi alzato tra il pubblico, lodò il mio coraggio energicamente e con aria di sufficienza (“Ammiro il suo coraggio, Signora, ammiro molto il suo coraggio”), per poi accusarmi di avere sporcato l’onore di quei signori che avevano richiesto un provvedimento urgente contro di me. Questo signore proseguì con un lungo discorso in difesa di quelle stesse persone, discorso che consisteva sostanzialmente nel mettere in discussione le mie affermazioni. Un secondo italiano si alzò e mi diede della mafiosa. Era una situazione irreale. I tedeschi presenti erano molto confusi. Alla fine della serata, mi hanno raggiunta molte persone, tra questi anche italiani, che avevano capito esattamente cos’era successo e, preoccupate, mi chiedevano se fossi da sola ad Erfurt e se fosse necessario accompagnarmi in albergo. Questo avvenimento per me ha rappresentato una svolta epocale. Non avrei mai immaginato di poter essere aggredita, inerme e apertamente, in pubblico. Poi seguirono processi, denunce penali, lettere e chiamate minacciose. Le autorità in Germania e in Italia sono state informate di tutto ciò che è accaduto e hanno preso provvedimenti adeguati. Per un po’ ho avuto la scorta quando ero in pubblico.  Quando il mio libro “Santa Mafia” è uscito in Germania, ero tranquilla perché le mie informazioni sulle attività mafiose di alcuni membri del clan Pelle-Romeo e le loro relazioni amichevoli con alcuni politici tedeschi erano basate su vari rapporti della polizia giudiziaria tedesca, su investigazioni giudiziarie italiane e tedesche. Ma questo non è stato preso in considerazione quando alla fine i tribunali hanno fatto annerire alcune pagine del mio libro “Santa Mafia” . Fino ad oggi può essere venduto solo con pagine annerite. I citati rapporti del BKA (polizia federale), oltre ad essere considerati segreti, sono stati considerati dai giudici civili tedeschi “insignificanti” , nel senso che tre rapporti interni del BKA sulle attività della ‘Ndrangheta in Germania oltre a vari indagini della magistratura tedesca e italiani non sono stati considerati sufficienti per parlare delle attività losche di un “presunto” (come avevo scritto) membro della ‘Ndrangheta. Il giudice diceva che solo una sentenza definitiva avrebbe giustificato il parlare di mafia. Cosi la stampa viene privata del diritto alla “Verdachtsberichterstattung” , ovvero il dovere della stampa di riferire un sospetto. Se la stampa ha solo il diritto di riferire sentenze già avvenute, non può più fare il suo dovere di “cane di guardia”.

  • Hai indagato nei rapporti tra mafia e chiesa, cosa c’è di vero e di reale ? Quali le connivenze?

“E’ singolare che tutti mafiosi sottolineano sempre di credere nel giudizio di Dio  e non in quello degli uomini. La mafia ha capito dall’inizio che non può esistere se non finge di sostenere la chiesa. Ci sono motivi storici per questo, in quanto la chiesa cattolica non era molto favorevole all’unità italiana. Considerava lo Stato forte come concorrenza. Forse questo non è neanche tanto cambiato dopo 150 anni. La mafia ha adattato in maniera perversa i valori cattolici per se stessa: “Onora il padre e la madre” vuol dire: mantieni la cosca mafiosa, il “Non dire falsa testimonianza” è necessario perché un mafioso deve poter fidarsi dell’altro. Persino il “Non commettere adulterio” ha un significato particolare per i mafiosi: non per motivi di etica, ma per praticità, perché una donna tradita potrebbe essere incontrollabile, potrebbe voler vendicarsi e sbilanciare l’equilibrio di una cosca mafiosa. E poi il “non uccidere” viene interpretato come da un soldato in missione – un mafioso si deve convincere che non uccide per motivi personali e dunque non ha rimorsi. In Santa Mafia ho descritto l’incontro con due preti molto particolari – ma non nel senso positivo: Don Mario Frittita a Palermo e Don Pino a San Luca. E anche nel mio libro  Sulla strada per Corleone  ho descritto l’ambiguità tuttora vigente della chiesa verso la mafia. Credo che Papa Francesco è stato convinto quando ha condannato la mafia. Ma a parte queste esternazioni papali, purtroppo ancora oggi non c’è un documento ufficiale antimafia del Vaticano”.

  •  L’avvalersi dei cosiddetti pentiti, con tutte le concessioni che vengono loro fatte nel momento in cui decidono di collaborare, non rappresenta un’arma a doppio taglio?

“Certo, ma questo era cosi dall’inizio. Ma se ho capito bene, non ci sono neanche più cosi tante concessioni, oggi. E, forse, questo sarà anche il motivo per cui ci sono sempre meno pentiti”.

  • E’ realmente ancora fondamentale, oggi, la loro collaborazione?

“Penso di si. Anche se il valore della collaborazione è stato diminuito nel passare degli anni da tanti provvedimenti e nuove leggi parlamentari. Sarà un caso. Mi preoccupa piuttosto che lo Stato italiano utilizzi i pentiti spesso come oggetti usa e getta: finita la tua collaborazione, non ti protegge più nessuno”.

  • Il ruolo delle donne nella mafia …

“La mafia consiste dall’inizio di donne e uomini. Hanno compiti e ruoli diversi, ma non ho mai creduto che le donne siano vittime innocenti di mariti mafiosi. Questo è stato solo un trucco per farlo credere al mondo – e soprattutto agli inquirenti – cosi le donne potevano continuare il loro lavoro dentro la mafia senza essere sospettate”.

  • Ci parli dei tuoi libri? Ce n’è uno che ti è particolarmente caro?

“E’ sempre difficile per uno scrittore dire a quale libro tieni;  soprattutto, quando  ne preferisci uno ti senti come un  traditore verso gli altri… Ho scritto tanti libri – di cui tre sono stati tradotti in Italiano: “Rita Atria – la picciridda dell’antimafia” http://www.petrareski.com/buecher/rita-atria-eine-frau-gegen-die-mafia/rita-atria-la-picciridda-dellantimafia/; “Santa Mafia”: http://www.petrareski.com/buecher/mafia/santa-mafia/ ; “Sulla strada per Corleone”: http://www.petrareski.com/buecher/von-kamen-nach-corleone/sulla-strada-per-corleone/. “Santa Mafia” è stato, oltre che un libro, anche un’ esperienza di vita: non mi sarei immaginata quanto è facile in Germania minacciare e fare causa contro un giornalista facendo riferimento alla presunta violazione dei “diritti della personalità”: chi si sente diffamato o privato nei suoi „diritti della personalità“ può essere risarcito profumatamente e – soprattutto – riesce anche ad annerire libri. Ancora oggi mi viene la rabbia quando vedo le pagine annerite. Ma ho scritto anche altri libri narrativi: sulla storia della  mia famiglia di profughi, su mia madre, su Venezia e sull’Italia. Dunque sono sempre stata scrittrice oltre ad essere giornalista. Anche per questo motivo ho scelto di scrivere adesso un noir sulla mafia. Scrivere romanzi significa per me non solo più soddisfazione creativa, ma mi aiuta anche a descrivere una realtà sociale senza dover perdere il mio tempo a difendermi nei tribunali tedeschi.  Per questo ho preso a cuore quello che lo scrittore francese Louis Aragon definiva come il „mentire vero“: le mentir vrai.  Lo scrittore svela la realtà inventandola. Il mio primo romanzo sulla mafia si chiama “Palermo Connection”: http://www.petrareski.com/buecher/palermo-connection/ . Ho inventato una donna magistrato di nome Serena Vitale (si fa chiamare Serena, perché il suo nome di battesimo è Santa Crocifissa Vitale, poveretta)  che lavora nella procura antimafia di Palermo. Fa un processo contro un ministro accusato di collaborare con la mafia. E poi c’è un il giornalista tedesco: Wolfgang W. Wieneke. Tutto esiste solo nella mia fantasia. Eppure è tutto vero. Per citare Umberto Eco: ”E’ ovvio che chi fa metafore, letteralmente parlando,   mente e tutti lo sanno. Ma questo problema si ricollega a quello più vasto dello statuto aletico e modale della finzione: come si fa finta di fare asserzioni  e tuttavia si vuole asserire qualcosa di vero al di là della verità letterale.” E’ proprio questo che ho voluto fare con „Palermo Connection“. Ho mentito. Per dire la verità. Poi ho scritto un seguito: “Die Gesichter der Toten. Serena Vitales zweiter Fall” http://www.petrareski.com/buecher/die-gesichter-der-toten/ . Sempre con gli stessi protagonisti: Serena Vitale  e, come anti-eroe, il giornalista Wolfgang W. Wieneke. Nel secondo libro ho descritto gli interessi della mafia nell’energia eolica   in Italia e in Germania. Finora questi romanzi non sono ancora stati tradotti, ma io non abbandono la speranza che lo siano presto”.

  • Continui a cercare, attraverso il tuo lavoro,  di far capire  che , purtroppo, la mafia non è più, da tempo, un fenomeno solo italiano ma che da anni ha trovato ampi spazi proprio in Germania. Qual è l’atteggiamento  dei Tedeschi verso questa realtà?

“Continuo a scrivere i miei romanzi noir sulla mafia, in questo momento sto scrivendo il terzo. Anche perché spero di arrivare così ad un pubblico più vasto. È più divertente leggere un romanzo sulla mafia che un saggio. I tedeschi sono molto interessati, ma purtroppo manca l’informazione”.

  • Quali sono , a tuo giudizio, le differenze tra il giornalismo tedesco e quello italiano?

“Oggi devo dire che non vedo più cosi tante differenze. La politica influenza molto anche i giornalisti tedeschi,  sarà anche perché i giornalisti hanno la tendenza a sentirsi attratti  dal potere. Ma paragonato con l’Italia, forse c’è ancora un po’ più di varietà mediatica in Germania. In Italia non vedo varietà , a parte il Fatto Quotidiano”.

  • Infine, ci parli del tuo prossimo progetto? A cosa stai lavorando? 

“Terzo libro della serie “Serena Vitale”. Questa volta voglio parlare degli interessi della mafia nel business dei profughi … E mi sto divertendo molto”.

 

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Silvia Alicandro: ” Una banca dati ed un pool anticrimine contro la pedofilia”

Silvia

  • Silvia Alicandro, mediatrice familiare, consigliere del Comites, insegnante. Ci  racconti qualcos’altro di te?

“Quando sono venuta a vivere a Monaco pensavo che avrei lavorato meno e che avrei dedicato il mio tempo, oltre che alla famiglia, allo studio della lingua, alla lettura e al volontariato, ma dopo un anno di relativo riposo ho ricominciato ad impegnarmi su vari fronti. Mi piace lavorare e mi piace stare a contatto con le persone e se necessario rendermi utile; per me conoscere e confrontarmi con altri è indispensabile e non sempre è facile incontrare persone interessanti, ma quando capita è una fortuna, soprattutto quando si trasformano in vere amicizie. Quelle vere ovviamente si contano sulle dita di una mano; per me le amicizie che ho sono state fondamentali nella mia vita e so di poter contare su di loro in qualsiasi momento e viceversa. Molti amori sono finiti, ma le amicizie sono sempre rimaste.Mi piace anche molto viaggiare, soprattutto andare in barca a vela e qui mi manca il mare. Ci sono nata al mare e anche se appena posso ci vado, mi sembra sempre che mi manchi qualcosa: l’orizzonte, il suono, il profumo”.

  • Cosa ti ha spinto a decidere di venire a vivere a Monaco?

“Mio marito è un ricercatore chimico ed insegna alla Technische Universität di Monaco ed era impensabile rinunciare ad una offerta simile, nonostante a Trieste avesse un lavoro stabile. Un ricercatore non può lavorare senza fondi e l’Italia, come sappiamo, investe poco nella ricerca rispetto alla Germania, così come nei giovani e in tanto altro. Quindi direi che abbiamo colto un’opportunità e Monaco ne offre molte anche per nostro figlio,  oltre ad essere una bella città“.

  • Come ti trovi?

“Come dicevo prima non posso dire di non essere felice a Monaco, anche se mi manca il mare. Abito in pieno centro, vicino all’ Englischer Garten e posso finalmente andare sempre in bicicletta, al teatro o al cinema. La vita culturale qui non manca di certo. Inoltre Monaco non è molto lontana dall’Italia e questo mi permette di tornarci spesso”.

  • Quali le differenze tra la società monacense e quella italiana?

“Vivo a Monaco da troppi pochi anni per esprimere un giudizio oggettivo; ho la sensazione che qui manchi un po’ il calore dell’accoglienza e dell’ospitalità che si possono facilmente sperimentare soprattutto nel meridione dell’Italia. Apprezzo molto invece il fatto che qui sono in molti ad usufruire dell’offerta culturale; i teatri e i musei sono sempre pieni e accessibili a tutti. Inoltre è bello vedere che i mezzi di comunicazione sono più curati rispetto a quelli italiani”.

  • Parliamo delle tue attività : oltre ad essere mediatrice familiare, sei in prima linea nella difesa dei bambini che subiscono violenza e nella lotta alla pedofilia. Attraverso quali strumenti te ne occupi ed in che modo?

“Sono ormai molti anni che, insieme al mio gruppo di lavoro e soprattutto con la nostra esperta la dottoressa Valentina Morana ( ha scritto anche un libro “La pandemia dei cervelli pedofili” Armando Editore), ci occupiamo a livello nazionale e internazionale di proteggere i bambini e i ragazzi. Erroneamente si ha dell’infanzia un’immagine felice e spensierata (come invece dovrebbe essere) ed è difficile capire che, oggi più che mai, gli orchi e i mostri che perseguitano i bambini sono molti e sono ovunque. I bambini sono diventati carne da macello e la gente spesso gira lo sguardo da un’altra parte perchè non vuole sentire e neanche immaginare cosa devono subire i bambini che vengono scelti  e richiesti dai loro carnefici sempre più piccoli. Stiamo tentando anche a livello politico di ottenere l’istituzione di una banca dati dei pedofili e la formazione di un pool anticrimine organizzato come avviene in altri Paesi europei. Ma è molto difficile in Italia; qualche hanno fa hanno tentato anche di ridurre le sedi della Polizia Postale, invece di aumentarle e supportarle. D’altra parte il giro di affari è enorme e i bambini non votano, quindi non contano. Un bambino di soli sette anni ha detto alla mia collega psicologa che nel mondo dei grandi non c’è giustizia. Ed è così purtroppo. A Trieste, dove ho vissuto oltre 25 anni, e per la prima volta in Italia, la candidata sindaco Alessia Rosolen, su nostro suggerimento, ha inserito nel suo programma l’istituzione del registro dei pedofili. Spero riesca ad essere eletta, nonostante non ne condivida il pensiero politico, anche se oggi destra e sinistra non hanno più alcun significato; per come stanno andando le cose in Italia contano solo i programmi e i fatti, oltre alla competenza e all’onestà”.

  • Parliamo di omogenitorialità ed alienazione parentale che sono altri temi caldi dei quali ti occupi anche attraverso il blog de lanostracampagna.org. Ci parli anche di questo?

“Purtroppo sono sempre di più le coppie che decidono di  separarsi e di divorziare e, come sempre accade quando un progetto di vita finisce, non sempre gli adulti coinvolti sanno affrontare il dolore e la delusione senza manifestare rabbia e spesso violenza, dimenticandosi che in questo modo fanno soffrire anche i figli. Non è raro infatti che molte madri, come anche i padri, comincino ad usare i propri figli per metterli contro il partner da cui si sono separati; li manipolano e gli fanno credere che non sia un buon genitore.Noi, invece, crediamo che sia indispensabile per i bambini e i ragazzi mantenere la relazione con entrambi i genitori anche se questi decidono di separarsi. Per questo crediamo che la legge 54/2006 sull’affido condiviso, ideata dal Prof. Marino Maglietta e stravolta in seguito in Parlamento, sia l’unica legge possibile e rispettosa dei bisogno dei figli. Invece molti giudici, con le loro sentenze, sembrano preferire la famiglia monoparentale e spesso emarginano la figura paterna. Il triste risultato è quello di rendere i bambini e i ragazzi, orfani di genitori vivi.Per quanto riguarda l’altro argomento relativo all’omogenitorialità ci vorrebbe molto tempo per capire cosa sta accadendo e come, anche in questo caso non si rispettano i bambini. Questi non chiedono di venire al mondo e sono Soggetti di diritto e non Oggetto di desiderio di adulti che, per natura, non possono procreare.L’essere umano proviene dal genoma (la prima cellula fecondata) ed è espressione del maschile e del femminile; quindi il bambino porta dentro di se’ la madre e il padre che hanno ruoli diversi, sono complementari ed entrambi quindi sono indispensabili per la sua crescita.Quando si propongono delle leggi bisognerebbe analizzare quali sono le ricadute e se danneggiano i soggetti più deboli, quelli che, come i bambini, non hanno voce in Parlamento.  Invece c’è una grande pressione solo per i diritti degli adulti e le loro esigenze”.

  • Il prossimo 27 maggio hai organizzato un convegno a Milano sul diritto di famiglia. Vuoi darci qualche notizia in più?

“Questo è il secondo convegno che organizza il Comitato che presiedo (maggiori informazioni si possono trovare sul nostro sito www.lanostracampagna.org) e non è facile coordinare tutto il lavoro da lontano. Il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare e stimolare un confronto tra le varie figure professionali, che operano in ambito giuridico e legislativo, sul tema dell’affidamento dei figli. Crediamo sia importante continuare a tutelare i bambini e le loro famiglie anche attraverso la formazione delle varie figure professionali. Ci sono troppi bambini ad esempio in Italia che vengono sottratti (in base al parere di assistenti sociali e/o psicologi) ai loro genitori per i motivi più vari  e rinchiusi nelle cosiddette case famiglie; si parla di circa 50.000 bambini con una retta di circa 200 euro al giorno. Basterebbe un quarto di questa cifra da dare ai genitori per rendergli la vita più semplice ed evitare che vivano nella miseria insieme ai loro figli. Ma anche questo sembra un affare conveniente. Insomma il lavoro è ancora molto lungo e faticoso e in un mondo, dove gli adulti sono sempre più concentrati su se stessi e poco disposti ad impegnarsi, i bambini sono sempre più invisibili“.

  •  Quali saranno, dopo il convegno, i tuoi prossimi progetti?

“Di progetti ne ho sempre molti in testa, ma poi devo fare i conti con le mie forze e il mio tempo. Comunque mi piacerebbe organizzare, in qualità di responsabile della commissione famiglia del Com.It.Es, un convegno anche a Monaco sul diritto di famiglia e provare a riunire intorno ad un tavolo alcuni professionisti che, per vari motivi, seguono le famiglie bi-nazionali. Le  informazioni sulla legislazione locale sono ancora poco conosciute e spesso ci sono dei problemi, soprattutto in merito all’affidamento dei figli. L’ideale sarebbe quello di arrivare alla formulazione di leggi condivise per un diritto di famiglia europeo”.

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Valeria Vairo si racconta e parla del suo nuovo libro: “Il sapore della vita”

 

 

Valeria foto            il sapore della vita

 

 

  • Ci racconti chi è Valeria?

“Be’ considerando il fatto che sono fermamente convinta che non c’è nulla di statico, nemmeno noi stessi, ti dico chi è Valeria in questo momento… una persona curiosa, che se può aiuta il prossimo, che a volte è scomoda perché non sopporta né l’ipocrisia né le scorrettezze, né i compromessi al ribasso”.

  • Da quanti anni sei a Monaco e come sei arrivata a decidere di vivere qui?

“I miei primi 10 anni a Monaco nella mia percezione sono rimasti per molto tempo tre, per cui se tu mi avessi chiesto “Da quanti anni sei a Monaco?” nel 2000 avrei risposto che ero appena arrivata, nel 2003 avrei risposto “da tre anni” e così ho continuato a rispondere senza pensarci nel 2005, 2007, 2010 fino a quando qualcuno mi ha fatto notare che ci conoscevamo da molto più tempo e che tre anni erano passati da un bel po’ e lì devo dire… è stato uno shock!! Comunque dal 2000 al 2016 sono passati ben 16 anni che sono volati, mi sembra ieri che trentenne ho iniziato l’avventura  monacense. Sono venuta a Monaco per migliorare la lingua tedesca che avevo studiato all’Università Cattolica del Sacro cuore a Milano insieme all’inglese. A un certo punto in Italia, dopo molti anni d’insegnamento dell’inglese in un liceo e dopo molti articoli per diverse testate più o meno importanti mi sono resa conto di aver bisogno di aria nuova e mi sono trasferita. Come spesso accade, questo bisogno aveva preso le sembianze di un uomo tedesco, ma poi mi sono innamorata di questa meravigliosa città e sono rimasta”.

  • Come ti trovi e quali sono le differenze rispetto all’Italia?

“A Monaco mi trovo molto bene soprattutto quando c’è il sole perché la città diventa fantastica, mi manca il mare però e ovviamente un po’ l’italianità. Oscillo molto tra l’apprezzare quello che la Germania offre e il desiderare di tornare in Italia, purtroppo però mi basta trascorrere 10 giorni nel mio Paese che i vantaggi di vivere in Germania mi diventano “Sonnenklar” come si dice qui… e smetto di oscillare”.

  • Come conservi le radici con la terra di nascita? Attraverso quali settori? C’è chi resta ancorato alle tradizioni gastronomiche, chi conserva le radici nel settore linguistico. Tu?

“Be’ io ho la fortuna di dirigere una rivista che si rivolge alla ristorazione italiana in Germania per cui sono spesso in Italia e ho la possibilità di conoscere, assaggiare, scoprire le eccellenze enogastronomiche del mio paese vecchie e nuove e soprattutto ho l’importante compito di promuoverle, aspetto del mio lavoro che mi entusiasma. Inoltre la rivista è in lingua italiana quindi continuo a lavorare con la mia lingua madre, poi la sera amo sedermi sulla mia poltrona in pelle e continuare a scrivere, sempre in italiano e così sono nati i miei libri. Grazie a loro rivivo costantemente il mio Paese. Quindi diciamo che mi toccano entrambe le componenti, quella gastronomica e quella linguistica”.

  • La rivista che dirigi è  Buongiorno Italia, ci racconti qualcosa di più?

“Buongiorno Italia” è una rivista di settore che si rivolge alla ristorazione italiana in Germania, esiste da 12 anni e io la dirigo da 5. I nostri ambasciatori gastronomici in terra tedesca sono più di 20.000 quindi hanno avuto e ancora hanno un grande potere economico e socioculturale in questo paese. Il potere, si sa, può essere usato bene o male. Tra di loro ci sono veri professionisti che hanno fatto di una passione il loro mestiere e quindi sono alla costante ricerca di nuovi prodotti, abbinamenti, sono sempre informati sulle nuove tendenze anche nutrizionali e partecipano in continuazione a corsi di formazione e aggiornamento. Questi sono i veri ambasciatori della cucina italiana. Ci sono però anche tanti che si improvvisano, convinti che solo il fatto di essere italiani dia loro il diritto di essere esperti di cucina o di caffè. Mi ricordo di quando un giorno davanti a un espresso terribile, dal sapore amaro e bruciato chiesi al barista italiano che me lo aveva proposto dove aveva imparato a fare il caffè, la risposta fu “Sono italiano, il caffè ce l’ho nel sangue, non ho bisogno di imparare!”. Gli augurai naturalmente che il suo sangue fosse in condizioni migliori del suo caffè e con delusione mi resi conto che è proprio questa gente a confermare i pregiudizi   sul pressappochismo italiano. Da parte mia, con “buongiorno italia”, c’è un grande impegno a mandare un messaggio forte: la qualità paga. Essere ristoratore in Germania non vuol dire accontentarsi, con la scusa che “i tedeschi non se ne intendono” (oltretutto enorme bugia perché soprattutto in Baviera il cliente tedesco è informato e pretende) ma vuol dire impegnarsi ancora di più per promuovere la ricchissima e unica cultura enogastronomica del nostro Paese. I ristoratori italiani all’estero hanno un’enorme responsabilità e non se lo devono dimenticare”.

  • I tuoi libri: ne hai scritto uno che ha avuto un’ottima accoglienza e il prossimo 22 giugno esce il secondo. Raccontaci tutto…

“Sì sono orgogliosa di annunciare che è in uscita “Il sapore della vita – Der Geschmack des Lebens” anche lui come “Profumo d’Italia” in versione bilingue (italiano e tedesco) edito dalla dtv. Si troverà in tutte le librerie in Germania dal 22 di giugno. In questo nuovo libro racconto una storia di emigrazione e integrazione. Giulia, la protagonista è figlia di pugliesi ma è nata e vissuta a Como (Sì lo ammetto, ho preso degli spunti dalla mia vita). La sua vita è stata una continua ricerca di equilibrio tra la realtà più solare, aperta, affettuosa ma anche rumorosa e invadente del Sud dove trascorreva i mesi di vacanza con nonni e parenti e quella più discreta, pacata, direi nebbiosa del nord palcoscenico della sua quotidianità con gioie e momenti difficili. Siamo quello che mangiamo, quindi la storia dell’integrazione della sua famiglia e in qualche modo anche sua si rispecchia in alcune ricette legate a episodi della sua vita. Per questo, alla fine di ogni capitolo, presento una ricetta pugliese o lombarda anche con il vino da abbinare. È interessante il fatto che Giulia riesca a raggiungere l’agognato equilibrio proprio trasferendosi anche lei a sua volta, qui in Germania, a Monaco di Baviera. Spero molto che anche il nuovo libro abbia il successo di “Profumo d’Italia – Ein Hauch Italien” che è stato per mesi al primo posto nella classifica di vendite dei libri bilingui della casa editrice.  Quando ho iniziato a scrivere “Il sapore della vita – Der Geschmack des Lebens” il tema emigrazione non era ancora così caldo come in questo momento storico, reso epocale soprattutto dall’arrivo dei profughi. In piccolo esiste però anche un’altra emigrazione, quella degli italiani che scelgono sempre più la Germania e tanti altri paesi come meta di fuga da una situazione senza prospettive. Integrarsi in un paese straniero (includo anche l’antica emigrazione dal sud Italia al Nord, perché per straniero intendo diverso, con mentalità differente) non è semplice e questo viene spesso sottovalutato. Ci sono problematiche nuove che vanno affrontate e non sempre si riesce nel migliore dei modi perché mancano gli strumenti culturali necessari; in “Il sapore della vita”  ho voluto attirare l’attenzione proprio su questo delicato processo sperando di essere riuscita a farlo in modo scorrevole e divertente”.

 

  • Quali, a tuo giudizio, le differenze tra il giornalismo tedesco e quello italiano?

“Per rispondere esaustivamente a questa domanda non basterebbero dieci pagine, anche perché si dovrebbe parlare del sistema d’informazione nel suo complesso nei due paesi. Diciamo che in Italia, e basta guardare uno dei tanti programmi che si occupano di politica, c’è troppo spesso un’informazione urlata, rissosa e polemica in cui è difficile capire fatti e datti. In Germania si urla meno e vengono forniti maggiori elementi per farsi un’opinione. Un’altra differenza sostanziale è che in Germania esiste una distinzione netta tra la stampa cosiddetta “seria”, un po’ paludata, tradizionale dai toni pacati rappresentata ad esempio dai quotidiani come la Süddeutsche Zeitung o la Frankfurter Allgemeine Zeitung e dall’altra la cosiddetta “Boulevardpresse” incarnata dal tabloid Bild che spara titoli, gridati e a effetto,  riporta notizie scandalistiche e tratta temi importanti con leggerezza, superficialità e spesso in termini populistici. In Italia questa distinzione netta non esiste, nei maggiori quotidiani italiani trovi di tutto: dall’articolo su temi molto seri trattati in modo impeccabile alle notizie sulle liti tra la giurata e il ballerino del programma Ballando con le stelle. Per terminare, Angela, permettimi  di dare a te il benvenuto (anche se un po’ in ritardo) e di farti tanti complimenti per il blog, che in poco tempo è diventato un punto di riferimento per la comunità italiana di Monaco”.

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Silvia Alicandro:”Una banca dati ed un pool anticrimine contro la pedofilia”…

 

Silvia

  • Silvia Alicandro, mediatrice familiare, consigliere del Comites, insegnante. Ci  racconti qualcos’altro di te?

“Quando sono venuta a vivere a Monaco pensavo che avrei lavorato meno e che avrei dedicato il mio tempo, oltre che alla famiglia, allo studio della lingua, alla lettura e al volontariato, ma dopo un anno di relativo riposo ho ricominciato ad impegnarmi su vari fronti. Mi piace lavorare e mi piace stare a contatto con le persone e se necessario rendermi utile; per me conoscere e confrontarmi con altri è indispensabile e non sempre è facile incontrare persone interessanti, ma quando capita è una fortuna, soprattutto quando si trasformano in vere amicizie. Quelle vere ovviamente si contano sulle dita di una mano; per me le amicizie che ho sono state fondamentali nella mia vita e so di poter contare su di loro in qualsiasi momento e viceversa. Molti amori sono finiti, ma le amicizie sono sempre rimaste.Mi piace anche molto viaggiare, soprattutto andare in barca a vela e qui mi manca il mare. Ci sono nata al mare e anche se appena posso ci vado, mi sembra sempre che mi manchi qualcosa: l’orizzonte, il suono, il profumo”.

  • Cosa ti ha spinto a decidere di venire a vivere a Monaco?

“Mio marito è un ricercatore chimico ed insegna alla Technische Universität di Monaco ed era impensabile rinunciare ad una offerta simile, nonostante a Trieste avesse un lavoro stabile. Un ricercatore non può lavorare senza fondi e l’Italia, come sappiamo, investe poco nella ricerca rispetto alla Germania, così come nei giovani e in tanto altro. Quindi direi che abbiamo colto un’opportunità e Monaco ne offre molte anche per nostro figlio,  oltre ad essere una bella città“.

  • Come ti trovi?

“Come dicevo prima non posso dire di non essere felice a Monaco, anche se mi manca il mare. Abito in pieno centro, vicino all’ Englischer Garten e posso finalmente andare sempre in bicicletta, al teatro o al cinema. La vita culturale qui non manca di certo. Inoltre Monaco non è molto lontana dall’Italia e questo mi permette di tornarci spesso”.

  • Quali le differenze tra la società monacense e quella italiana?

“Vivo a Monaco da troppi pochi anni per esprimere un giudizio oggettivo; ho la sensazione che qui manchi un po’ il calore dell’accoglienza e dell’ospitalità che si possono facilmente sperimentare soprattutto nel meridione dell’Italia. Apprezzo molto invece il fatto che qui sono in molti ad usufruire dell’offerta culturale; i teatri e i musei sono sempre pieni e accessibili a tutti. Inoltre è bello vedere che i mezzi di comunicazione sono più curati rispetto a quelli italiani”.

  • Parliamo delle tue attività : oltre ad essere mediatrice familiare, sei in prima linea nella difesa dei bambini che subiscono violenza e nella lotta alla pedofilia. Attraverso quali strumenti te ne occupi ed in che modo?

“Sono ormai molti anni che, insieme al mio gruppo di lavoro e soprattutto con la nostra esperta la dottoressa Valentina Morana ( ha scritto anche un libro “La pandemia dei cervelli pedofili” Armando Editore), ci occupiamo a livello nazionale e internazionale di proteggere i bambini e i ragazzi. Erroneamente si ha dell’infanzia un’immagine felice e spensierata (come invece dovrebbe essere) ed è difficile capire che, oggi più che mai, gli orchi e i mostri che perseguitano i bambini sono molti e sono ovunque. I bambini sono diventati carne da macello e la gente spesso gira lo sguardo da un’altra parte perchè non vuole sentire e neanche immaginare cosa devono subire i bambini che vengono scelti  e richiesti dai loro carnefici sempre più piccoli. Stiamo tentando anche a livello politico di ottenere l’istituzione di una banca dati dei pedofili e la formazione di un pool anticrimine organizzato come avviene in altri Paesi europei. Ma è molto difficile in Italia; qualche hanno fa hanno tentato anche di ridurre le sedi della Polizia Postale, invece di aumentarle e supportarle. D’altra parte il giro di affari è enorme e i bambini non votano, quindi non contano. Un bambino di soli sette anni ha detto alla mia collega psicologa che nel mondo dei grandi non c’è giustizia. Ed è così purtroppo. A Trieste, dove ho vissuto oltre 25 anni, e per la prima volta in Italia, la candidata sindaco Alessia Rosolen, su nostro suggerimento, ha inserito nel suo programma l’istituzione del registro dei pedofili. Spero riesca ad essere eletta, nonostante non ne condivida il pensiero politico, anche se oggi destra e sinistra non hanno più alcun significato; per come stanno andando le cose in Italia contano solo i programmi e i fatti, oltre alla competenza e all’onestà”.

  • Parliamo di omogenitorialità ed alienazione parentale che sono altri temi caldi dei quali ti occupi anche attraverso il blog de lanostracampagna.org. Ci parli anche di questo?

“Purtroppo sono sempre di più le coppie che decidono di  separarsi e di divorziare e, come sempre accade quando un progetto di vita finisce, non sempre gli adulti coinvolti sanno affrontare il dolore e la delusione senza manifestare rabbia e spesso violenza, dimenticandosi che in questo modo fanno soffrire anche i figli. Non è raro infatti che molte madri, come anche i padri, comincino ad usare i propri figli per metterli contro il partner da cui si sono separati; li manipolano e gli fanno credere che non sia un buon genitore.Noi, invece, crediamo che sia indispensabile per i bambini e i ragazzi mantenere la relazione con entrambi i genitori anche se questi decidono di separarsi. Per questo crediamo che la legge 54/2006 sull’affido condiviso, ideata dal Prof. Marino Maglietta e stravolta in seguito in Parlamento, sia l’unica legge possibile e rispettosa dei bisogno dei figli. Invece molti giudici, con le loro sentenze, sembrano preferire la famiglia monoparentale e spesso emarginano la figura paterna. Il triste risultato è quello di rendere i bambini e i ragazzi, orfani di genitori vivi.Per quanto riguarda l’altro argomento relativo all’omogenitorialità ci vorrebbe molto tempo per capire cosa sta accadendo e come, anche in questo caso non si rispettano i bambini. Questi non chiedono di venire al mondo e sono Soggetti di diritto e non Oggetto di desiderio di adulti che, per natura, non possono procreare.L’essere umano proviene dal genoma (la prima cellula fecondata) ed è espressione del maschile e del femminile; quindi il bambino porta dentro di se’ la madre e il padre che hanno ruoli diversi, sono complementari ed entrambi quindi sono indispensabili per la sua crescita.Quando si propongono delle leggi bisognerebbe analizzare quali sono le ricadute e se danneggiano i soggetti più deboli, quelli che, come i bambini, non hanno voce in Parlamento.  Invece c’è una grande pressione solo per i diritti degli adulti e le loro esigenze”.

  • Il prossimo 27 maggio hai organizzato un convegno a Milano sul diritto di famiglia. Vuoi darci qualche notizia in più?

“Questo è il secondo convegno che organizza il Comitato che presiedo (maggiori informazioni si possono trovare sul nostro sito www.lanostracampagna.org) e non è facile coordinare tutto il lavoro da lontano. Il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare e stimolare un confronto tra le varie figure professionali, che operano in ambito giuridico e legislativo, sul tema dell’affidamento dei figli. Crediamo sia importante continuare a tutelare i bambini e le loro famiglie anche attraverso la formazione delle varie figure professionali. Ci sono troppi bambini ad esempio in Italia che vengono sottratti (in base al parere di assistenti sociali e/o psicologi) ai loro genitori per i motivi più vari  e rinchiusi nelle cosiddette case famiglie; si parla di circa 50.000 bambini con una retta di circa 200 euro al giorno. Basterebbe un quarto di questa cifra da dare ai genitori per rendergli la vita più semplice ed evitare che vivano nella miseria insieme ai loro figli. Ma anche questo sembra un affare conveniente. Insomma il lavoro è ancora molto lungo e faticoso e in un mondo, dove gli adulti sono sempre più concentrati su se stessi e poco disposti ad impegnarsi, i bambini sono sempre più invisibili“.

  •  Quali saranno, dopo il convegno, i tuoi prossimi progetti?

“Di progetti ne ho sempre molti in testa, ma poi devo fare i conti con le mie forze e il mio tempo. Comunque mi piacerebbe organizzare, in qualità di responsabile della commissione famiglia del Com.It.Es, un convegno anche a Monaco sul diritto di famiglia e provare a riunire intorno ad un tavolo alcuni professionisti che, per vari motivi, seguono le famiglie bi-nazionali. Le  informazioni sulla legislazione locale sono ancora poco conosciute e spesso ci sono dei problemi, soprattutto in merito all’affidamento dei figli. L’ideale sarebbe quello di arrivare alla formulazione di leggi condivise per un diritto di famiglia europeo”.

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