Mario Raimondi, artigiano :”Io, distrutto due volte: dalla mafia e dallo Stato”

“Ho dimenticato il profumo della dignità che arriva dal lavoro e dalle mani segnate dalla fatica , sto respirando da anni il puzzo acre dell’indifferenza, dell’ipocrisia e della carità promessa e mai concessa. Sono – a raccontare è Bennardo Mario Raimondi, 56 anni, artigiano di Palermo – oltre lo stremo delle forze. Ho capito la differenza tra la mafia e lo Stato: è nel metodo  ma non nell’obiettivo. La prima ti uccide subito, un colpo di pistola  alla testa o un filo stretto intorno al collo; il secondo lo fa con molte lentezza, a volte impiega anni ma alla fine ti ammazza lo stesso. Con l’abbandono, l’indifferenza, la privazione del lavoro e l’impossibilità di ricominciare”. Mario aveva un laboratorio di ceramica ma , purtroppo, in un momento di difficoltà economica chiese un prestito alle persone sbagliate. Presto coloro che in un primo momento sembravano benefattori, si rivelarono per quello che erano: usurai. Cominciò l’inizio della fine. L’artigiano li denunciò ma il risultato fu l’abbandono da parte di tutti. Istituzioni e privati. Il vuoto intorno. Disperato, mise in vendita un rene ma  ricevette solo minacce. Anni di sofferenze che le parole non riescono  a raccontare; anni in cui lui e la sua famiglia sono riusciti a sopravvivere grazie ai pochi euro di pensione del padre oggi 92enne. Due infarti, un figlio adolescente con una grave e rara patologia che necessita di cure riabilitative, ancora oggi Mario era fuori ad una Chiesa a chiedere l’elemosina. Sicilia, oggi, mentre si scende in piazza  ad aggredire per motivi cosiddetti politici, dove lo scontro diventa infuocato per ragioni ormai anacronistiche .  Oggi, Italia, dove chi muore di fame non fa notizia, è solo un numero in una statistica. Dove in televisione e nei salotti i riflettori inquadrano volti bugiardi che hanno il coraggio, ancora, di vender merce elettorale a prezzi scontati. Oggi, Europa. Le tante istituzioni contattate da Mario hanno fatto solo promesse mai mantenute; molte associazioni antimafia hanno fatto lo stesso, riempiendosi solo la bocca con parole come legalità che hanno, di fatto, svuotato di senso,  la Chiesa, la Caritas si scusano ma non hanno fondi neanche per un pacco alimentare per la famiglia Raimondi. Sul sito  www.gofundme.com/raimondi è stato lanciato un crowdfunding per raccogliere fondi ma non si è registrata alcuna donazione ad oggi. Ha cercato una casa più economica ma si è sentito dire che la sua presenza rappresenta un fastidio. Per chi naturalmente è facile immaginare. Questo oggi. Anno del Signore 2018.  Mario non fa scandalo, non urla, non minaccia e, quindi, non fa notizia.  E’ troppo debole e provato anche per arrabbiarsi  specie dopo i due recenti infarti. Non sa più cosa fare e a chi rivolgersi. La sua prossima mossa? “Visto che mi sono già incatenato per far conoscere la mia situazione e chiedere aiuto – conclude – vorrà dire che cercherò una latta di benzina ed un accendino con cui darmi fuoco”. Mario è la testimonianza vivente di uno Stato inetto ed è la testimonianza del fallimento di tutti: istituzioni, governo,  cittadini ed è per questo che è scomodo. E’ facile mandare un euro con un sms solidale credendo di aiutare un bimbo africano ma portare un piatto caldo al vicino è difficile perché ogni giorno lui ti guarda e ti ricorda che esiste. Più facile, molto più facile, far finta che il vicino che ha fame non esista e sentirsi tanto buoni con un sms solidale.  Mario è il nostro vicino di casa ed è scomodo per questo, tanto scomodo…

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Valeria Vairo e Mario Trabalza: ” I nostri sogni ed i nostri progetti”…

 

Mario Trabalza e Valeria Vairo, entrambi giornalisti, lei anche scrittrice. Insieme si occupano di ristorazione italiana in Germania attraverso la rivista buongiorno italia.

  • Allora come è iniziata la vostra avventura a Monaco?

“Sono arrivato negli anni Novanta – racconta Mario – ed ero convinto di rimanere poco tempo. Poi, ho cominciato a lavorare alla Bayerische Rundfunk (la Radio regionale bavarese) in un programma in lingua italiana per i cosiddetti Gastarbeiter (i lavoratori italiani che dal dopoguerra sono venuti a lavorare qui in fabbrica o nell’edilizia) e parallelamente ho cominciato  a collaborare come corrispondente da Monaco per varie testate italiane. Ho lavorato oltre dieci anni per la rivista, Adesso e sono ancora qui…”

“Anche io ho sempre lavorato come giornalista e dal 2013 dirigo buongiorno Italia, l’unica rivista in lingua italiana, diffusa in tutta la Germania per e sulla ristorazione Italiana in terra tedesca. Il nostro intento – aggiunge Valeria – è quello di promuovere i prodotti italiani, fornire ai nostri lettori idee nuove, ricette di chef stellati e non, puntiamo, insomma, ad informare i ristoratori nella loro lingua madre su quello che accade in Italia. Raccontiamo anche la ristorazione italiana in Germania con ritratti di ristoranti e diamo spazio a professionisti che ci danno indicazioni su tutto, leggi, norme igieniche, etc. Insomma è un giornale di servizio da una parte e di lifestyle dall’altra”.

  • Mario, come è cambiato il mondo della ristorazione italiana in Germania?

“È cambiato il fatto che, essendoci una maggiore consapevolezza da parte del consumatore tedesco, l’improvvisazione diventa sempre meno vendibile. Ci sono tanti ristoranti che si spacciano per italiani ed italiani non sono. Secondo me ciò che è necessario è puntare sulla qualità, sull’identità. Gli operatori della ristorazione italiana all’inizio hanno dovuto fare un lavoro enorme con il pubblico tedesco per far capire, ad esempio, l’importanza dell’olio di oliva. Non è stato facile tanto che molti ristoratori hanno pensato che, al contrario, forse avrebbero dovuto avvicinarsi loro al gusto dei tedeschi. Magari a volte è stato cosi ma oggi non lo è sempre. I bavaresi vanno spesso in Italia in vacanza e conoscono bene i prodotti italiani”.

  • Valeria, tu hai scritto anche due libri. Ce ne parli?

“Tre anni fa è uscito “Profumo d’Italia – Ein Hauch Italien” edito dalla casa editrice dtv. Si tratta di una serie di racconti seri, divertenti, malinconici su quello che mi è rimasto nel cuore dell’Italia. Il libro è bilingue italiano e tedesco ed è nato proprio per il pubblico tedesco. Per questo ha la particolarità di alternare un linguaggio letterario a uno giornalistico che uso nelle introduzioni in cui dò delle informazioni ai tedeschi sui temi trattati dai racconti. Lo scorso anno, è stata la volta del secondo romanzo “Il sapore della vita – Der Geschmack des Lebens”, sempre bilingue che tratta i temi dell’emigrazione e dell’integrazione. Il libro ha come fil rouge una metafora che vede il sapore della vita come quello di una pietanza. Ogni capitolo termina con una ricetta che ha segnato i momenti della vita della donna con sangue lombardo e pugliese, protagonista della storia. L’idea di base è che, come per una ricetta in cui il sapore buono viene dal giusto dosaggio degli ingredienti e della loro qualità, anche la vita viene da questo mix. Chi emigra abbandona molti degli ingredienti della sua vita precedente e ci vogliono anni per riuscire a creare un sapore della nuova vita. Chi riesce a dosare e amalgamare magistralmente ingredienti della vita passata a quelli della vita nuova nel paese che lo accoglie può dirsi alla fine integrato”. Presento entrambi i libri in serate accompagnate da musica o soprattutto per il secondo dalle ricette del libro cucinate da cuochi, mi danno molta soddisfazione”.

  • La vita come un piatto quindi… Il segreto è nell’equilibrio degli ingredienti?

“Eh sì, anche nella loro freschezza e bontà. Il messaggio che trasmetto anche con buongiorno Italia, il ristoratore deve puntare sulla qualità”

  •   Come è cambiata Monaco? Noi Italiani abbiamo  “contaminato” i Tedeschi in qualche modo?

“Quando sono arrivato oltre 20 anni fa – racconta Mario – i prodotti italiani si trovavano raramente e solo nei Feinkost specializzati, oggi si trovano dappertutto.  Secondo me l’impronta più forte l’abbiamo data proprio nel settore enogastronomico”.

“Secondo me – afferma Valeria – i Tedeschi che hanno più contatti  con l’Italia sono diventati meno rigidi, controllati, insomma meno teutonici… per altri versi invece, diciassette anni fa Monaco era molto più sicura. Oggi non è più cosi”.

  • Infine, ci raccontate i vostri prossimi progetti?

“Naturalmente continuare a supportare i ristoratori con la rivista e poi ho in cantiere due libri di cui uno ancora bilingue che unirò agli altri due e presenterò in giro per la Germania  – risponde Valeria”.

“Il mio  sogno – conclude Mario – è tornare a scrivere per una testata italiana e poter far crescere ancora buongiorno italia”.

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Maria Elisabetta Pini, graphic designer tra Cagliari e Monaco

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  • Di cosa ti occupi?

“Sono un Graphic Designer, progetto la comunicazione visiva, mi occupo dell’immagine dei miei clienti, di come far conoscere e apprezzare il loro progetto perché venga compreso e ricordato nei suoi punti di forza; mi occupo di comunicare un messaggio al pubblico nel modo più semplice ed efficace tramite testo e immagini utilizzando le diverse discipline della comunicazione”.

  •  Come sei arrivata a svolgere il tuo lavoro?

“In realtà ho una preparazione umanistica, all’università ho studiato Storia Medievale; sono rimasta folgorata dal convegno del mio professore sulla Propaganda Politica nel Medioevo: come portare un messaggio con i mezzi più semplici, dove la sintesi perfetta diviene fondamentale.Così ho cominciato, nel 1995”.

  •  Ci racconti qualcosa di te?

“Ho iniziato a lavorare nel ’95 come grafico, con Paolo Beccari fotografo che poi è diventato mio marito, nella nostra città, Trieste. Paolo ed io siamo completamente diversi ma sensibili agli stessi stimoli, passiamo delle ore a discutere di immagini e questa inclinazione ha tra l’altro spinto entrambi a fare lezione nelle scuole dei nostri figli: abbiamo parlato ai ragazzini del valore di una comunicazione efficace in un mondo così complesso e ridondante di immagini; li abbiamo aiutati a riconoscere i sistemi attraverso cui la pubblicità e l’informazione lavorano per condizionare le nostre scelte; abbiamo poi lavorato concretamente su come realizzare una presentazione efficace e chiara. Mi piace molto lavorare con i ragazzini, sono vivaci e carichi di una creatività ancora pura”.

  •  Lavori tra l’Italia e Monaco, da quanto tempo?

 “Da diversi anni, per noi il lavoro a distanza non è una novità. Siamo triestini ma abbiamo scelto di vivere a Cagliari per  sperimentare il lavoro a distanza; avevamo i nostri clienti principalmente nel Nord Italia mentre Paolo aveva un progetto artistico personale da sviluppare in Sardegna, così abbiamo provato e ci siamo trasferiti a Cagliari nel 2009. Da cinque anni circa abbiamo cominciato a lavorare con alcuni clienti a Monaco, è una città che mi piace moltissimo e che trovo culturalmente vicina a me che sono nata a Trieste”.

  •  Cosa fai in Germania, sempre lavorativamente parlando?

“Mi occupo insieme a Paolo di progettare e realizzare la comunicazione di alcune aziende che hanno sede a Monaco: dal logo design al packaging, dal web site alla realizzazione delle immagini necessarie a presentare o pubblicizzare un prodotto, nel gergo delle agenzie si direbbe Corporate Identity, brand management e altre parolacce simili. Volentieri abbiamo dato una mano ad alcune associazioni per la promozione delle loro attività. Per chi fosse interessato, ecco il nostro link :http://anonima.eu/ “.

  •  Quali le differenze, nel tuo campo e per la tua esperienza, tra i due Paesi?

“Forse in Germania il nostro lavoro gode di maggiore rispetto. Una volta un cliente di Milano, una persona veramente lucida e sensibile mi disse: ”Se foste astrofisici nessuno si permetterebbe di intromettersi o inquinare il vostro lavoro, ma purtroppo sono tutti convinti di essere un po’ grafici e designer”. Credo sia questa la differenza principale: quando i nostri clienti in Germania, sia tedeschi che italiani, si affidano a noi, ci permettono di portare avanti il progetto integro senza intromissioni. Forse sono anche più coraggiosi”.

  •  Come mai la decisione di lavorare anche in “trasferta”?

“Lavorare in diversi luoghi, ora che i trasporti sono diventati così comodi e veloci, è una grande opportunità di sviluppo. Ma la cosa che mi piace di più è la contaminazione: nel mio lavoro, che è un lavoro creativo, è fondamentale essere costantemente stimolata. Trovo estremamente fertile espormi alle differenze di linguaggi, abitudini, di tipi di bellezza, di forma delle strade e di vegetazione”.

  •  A cosa ti stai dedicando attualmente?

“In questo momento stiamo seguendo una interessante e vivace azienda di Monaco che si occupa di Proprietà Intellettuale e di brevetti; nello stesso tempo mi piacerebbe realizzare a Monaco la mostra con lecture del mio maestro e amico Armando Milani, un grande designer di fama internazionale: sarebbe un’ottima occasione per parlare del valore di un messaggio chiaro e potente grazie all’organizzazione e alla sintesi che può diventare poetica”.

  •  Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Sto progettando di venire più spesso a Monaco, vorrei aumentare il mio lavoro qui in modo da poterci passare più tempo.Come dicevo vivo a Cagliari in Sardegna, una città estremamente fertile negli scambi culturali mediterranei: frequentare Monaco mi sta rendendo sempre più chiaro che cosa significhi la parola Europa: un luogo di culture adiacenti dove le contaminazioni, gli scambi e i confronti sono portatori di un potenziale creativo unico”.

 

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Red Canzian un libro in uscita e tanti progetti. Intanto racconta :” Dopo i Pooh devo riorganizzare il mio cuore”.

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  • E’ possibile, dopo cinquant’anni , essere un ex Pooh? Dopo tanti anni non si resta Pooh per sempre?

“Credo che nessuno di noi sarà mai un ex Pooh… essere uno dei Pooh per tanto tempo significa aver condiviso ed essere cresciuti all’interno di una filosofia di vita che ti identifica con un’appartenenza che non ti abbandonerà mai”.

  • Continuerai a fare musica?

“Certo che si… ho solo bisogno di un periodo “tampone“… è passato così poco dal 30 dicembre scorso, data del nostro ultimo concerto che pensare ad un mio tour, ora, non mi viene… e così intanto mi occuperò della presentazione del libro che esce a fine febbraio e che ho scritto con Chiara, mia figlia…”

  • Sei non solo un musicista famoso ma anche uno scrittore. Il libro che uscirà tra qualche giorno, “Sano, vegano, Italiano”, non è la tua prima opera giusto?

“Sano, vegano, Italiano” è il mio 4° libro, anche se in realtà questo lo abbiamo scritto a quattro mani, io e mia figlia Chiara… nella prima parte io mi occupo di raccontare un’esperienza, la mia, cercando di condurre il lettore a confrontarsi con un’ etica comportamentale nei confronti degli animali, dell’ambiente e della sua stessa vita… nella seconda parte, Chiara presenta 50 ricette, 10 per ogni stagione e 10 dedicate ai dolci…  sono tutte sue rielaborazioni di ricette tradizionali, sane e naturali… che dimostrano quanto sapore, oltre che bellezza, ci sia nella cucina vegana”

  • Ci parli dei tuoi libri e soprattutto di questo in uscita?

“I miei primi tre sono stati:  “ Magia dell’albero“, un libro che raccontava 40 specie di alberi visti sia allo stato naturale di giganti del bosco, e sia come bonsai…Il secondo libro si intitolava “Storie di vita e di fiori“, una serie di racconti legati o collegati a momenti della mia vita e ai fiori “poveri e spontanei“… quelli che crescono nei campi o ai bordi dei sentieri di campagna. Il terzo libro si intitolava “Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto“, ma nonostante il titolo “botanico“ era in realtà una mia autobiografia… riferita alla mia età, in quanto il calicanto, come tutte le piante, fiorisce una volta all’anno. Ho scelto il calicanto perché è una pianta coraggiosa, che fiorisce a gennaio, col gelo, quando ancora tutte le altre piante dormono… e mi sono un po’ identificato con questo profumatissimo, se pur poco appariscente, arbusto”.

  • Sei vegano da anni e quindi conosci bene questa cultura. Ce ne parli?

“E’ buffo vedere, negli occhi di chi non conosce la filosofia vegana (per la verità molto semplice), lo sgomento di fronte al pensiero di quello che noi in realtà possiamo o non possiamo mangiare… il realtà noi mangiamo tutto, senza mangiare nessuno… semplice. Abbiamo a cuore la salute dei poveri animali, la nostra e quella del pianeta. La produzione di carne è un modo disequilibrato di intendere l’alimentazione. E’ un metodo costoso, dannoso e politicamente scorretto, in quanto solo un terzo del mondo si nutrirà con la carne prodotta… in compenso, però, per produrla, vengono tolti all’alimentazione umana, milioni di tonnellate di cereali, che potrebbero nutrire quell’altro terzo di mondo che è sottonutrito e che spesso muore di fame”.

  • Perché hai deciso di avvicinartici?

“Vent’anni fa ho smesso di mangiare carne per un fatto salutistico: l’acido urico prodotto dalla carne, si trasformava, nel mio corpo, in calcoli, che mi provocavano dolorosissime coliche… inoltre sempre di più faticavo a digerirla e passavo le notti sveglio per il reflusso che mi arrivava in gola. Nove anni fa invece ho scelto di diventare totalmente vegano per coscienza, perché vorrei provare a lasciare questo mondo a chi arriverà dopo di me, almeno come mi è stato consegnato, e non peggio e per colpa mia… certo io sono una goccia in un oceano, ma anche il più grande degli oceani è fatto di gocce, e se mai si comincia, mai nulla cambierà!!!”

  • Sarà la scrittura il tuo futuro, magari tra le montagne che ami tanto?

“Scrivere mi piace, e mi piace scrivere in “parlese“… una parola che ho coniato io per intendere un modo di scrivere e raccontare molto diretto, caldo, fatto di pause, sospensioni e riprese. Vorrei scrivere un romanzo e mi piacerebbe anche fare un libro di favole per bambini… ma mi piace anche dipingere e tra non molto farò una mostra… sto facendo una serie di ritratti ai grandi della musica che hanno attraversato e influenzato la mia vita… ma credo che la musica resterà sempre al primo posto nella classifica delle mia passioni… sto scrivendo nuovi brani, sto pensando ad un nuovo concerto, tutto mio, per il prossimo anno… vedremo”.

  • In occasione dell’uscita  tuo terzo libro “Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto”  hai dichiarato,  in un’intervista , pubblicata su  Avvenire: “Non credo alla fine dei Pooh. Siamo stati superati dalla nostra stessa storia”… e ora?

“Continuo a ribadire che i Pooh non “finiranno“ mai… noi abbiamo solo smesso di fare dischi e di fare concerti… ma la nostra musica, la nostra storia, il nostro modo di intendere la vita, sopravviveranno… oltre e dopo di noi!”

  •  Ci racconti dei progetti che porti avanti per i giovani?

“Sto creando in quella che è stata la sede storica dei Pooh una sorta di farm, per far crescere i giovani talenti; una scuola a 360° di canto, musica, ma anche per imparare la scrittura di testi delle canzoni. Poi, ho acquistato il nostro studio di registrazione, che vorrei mettere a disposizione di chiunque voglia realizzare il suo progetto musicale, offrendo la mia collaborazione per la finalizzazione del progetto”.

  • Infine, per concludere, a parte il libro in uscita, ci anticipi il tuo prossimo progetto?

“Come dicevo, la musica c’è e sempre ci sarà… sto pensando ad un disco, ad un tour, ma tutto questo non nell’immediato…  le luci dell’ultimo concerto dei Pooh si sono spente da troppo poco tempo, e quindi ho bisogno di un periodo “tampone“… il tempo del rispetto e della riorganizzazione del mio cuore”.

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A colloquio col nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura

Francesco Ziosi, 34 anni, da pochi mesi è il nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Monaco.

“Un  ragazzo emiliano  – si definisce –  nato in provincia di Bologna,  cresciuto in campagna , che lavora qui da fine marzo e che da un mese abbondante è stato raggiunto dalla sua famiglia, moglie e una bambina”.

  • Il passo da Bologna a Monaco non è lunghissimo ma neanche breve,  che realtà hai lasciato e quale quella che hai trovato qui …

“In realtà la mia strada per Monaco passa per Roma e quindi il paragone che ho in mente è con la Capitale. E’ una realtà molto diversa quella di Roma, dove, con una bambina da crescere abbiamo fatto molta fatica nella costruzione  di una  vita con un minimo di affidabilità e regolarità. Roma è una città molto  emotiva, molto  bella , piena di energia sia negativa che positiva. Monaco è affidabile, sai quando passa la metropolitana, sai che esci e c’è il marciapiede  fuori casa,  sai che le strade saranno pulite; anche cose banali ma, insomma,  cose che mi sono mancate. Per certi versi invece, dico spesso che rispetto alla mia zona di origine Monaco mi sembra una grande Modena, una città ex contadina molto arricchita che si vuol dare un tono. Poi questa è anche  la particolarità della vita culturale  che magari non è particolarmente spontanea ma istituzionalizzata, con molte gallerie e musei,molte fondazioni,  ma questa è una cosa ammirevole”.

  • Qual è la cosa di Monaco che ti è piaciuta di più? Diciamo  come impatto istintivo …

“La mancanza di sospetto nelle persone quando si relazionano, l’assenza della forma mentis che abbiamo noi, un pochino quella di pensare , quando conosciamo qualcuno, chissà chi è e cosa vuole da me. Questo,  qui fondamentalmente non esiste. Certo i monacensi hanno le loro asperità, le loro durezze  ma c’è questa grande idea di fiducia. Nelle stazioni della  metropolitana, ad esempio, non esistono i tornelli perché sanno che nessuno cercherà di entrare senza biglietto. I Tedeschi hanno fiducia nelle istituzioni e nella collettività. C’è la partecipazione di tutti  alla vita collettiva e c’è anche una maggiore responsabilizzazione del cittadino a livello individuale. Ad esempio, come sai, sto ancora traslocando e le prime volte ho gettato i cartoni nel contenitore della carta.  E’ venuto da me lo hausmeister , figura fondamentale in Germania,   a dirmi che no, dovevo buttarlo in una apposito luogo di raccolta materiali. Una piccola fatica ma alla fine uno mette un mattoncino nella vita collettiva più che in Italia. Lo Stato te lo chiede e tu lo fai”…

 

  • A proposito di fiducia,  dopo l’episodio dell’Olympiaeinkaufzentrum,  come pensi che si vivrà nei prossimi tempi? E’ in arrivo anche l’Oktoberfest. La sicurezza qui era uno dei pilastri fondamentali no? Non è più cosi … Lo percepisci anche tu stando a contatto con la gente e la vita culturale  di Monaco?

“Tocchi  un problema serio e anche triste. Purtroppo  questi sono i tempi che viviamo e l’ Europa è molto poco attrezzata a fronteggiare questo. Anche per ragioni nobili no? Si pensa  che  la vita insieme ad altri popoli non debba fare paura e questa è una conquista dell’Europa Occidentale. Certo, noi siamo proprio di fianco, come edificio, all’area dell’ Oktoberfest  e non tutte le persone attese , che saranno milioni , saranno lucide quindi  in quei giorni non faremo attività lavorative aperte al pubblico. Dal punto di vista materiale non c’è tempo di avere una struttura di sicurezza ma il ministero sta chiedendo a tutte le sedi di presentare proposte in questo senso. Invece per quanto riguarda l’atmosfera in giro è un problema, è una situazione anomala. Da un lato si attua una politica federale molto accogliente ma, nel  contempo, c’ è una organizzazione che in qualche modo fa si che queste persone siano quasi invisibili, collocate alla periferia della città per non rendere l’immigrazione troppo visibile. Si, può essere che in qualche modo non si affronti il problema con serietà, che in qualche modo lo si voglia mettere in un angolo e che si risolva da sè. La sensazione  dominante è non avere, in questo momento,  delle certezze” .

  • Quanto valore ha la cultura anche in termini di cambiamento oggi?

“Tantissimo e forse anche di più di qualche tempo fa. Dal punto di vista concreto c’è una società che chiede in qualche modo continuamente di reinventarsi ,  riciclarsi, di spostarsi, di fare altro rispetto a quello per cui uno è stato addestrato e questo si può fare solo se si ha un atteggiamento mentale aperto ed una  frequentazione con ciò che è pubblico, con le cose che ci riguardano tutti, intensa e non  banale. Da un punto di vista diciamo, più ideale, occorre cercare di capire che quello che è il nostro , in questo caso italiano o meglio europeo visto che lavoriamo a cavallo delle Alpi, patrimonio è una cosa enorme, che ci definisce, determina veramente il nostro modo di pensare  di agire, di comportarci verso gli altri. Assumere consapevolezza del perché, ad esempio, le architetture di  von Klenze  della Konigsplatz sono fatte così e perché richiamano le architetture greche e perché il neoclassicismo si sviluppa in un certo periodo, eccetera. E’ qualcosa che dovrebbe essere patrimonio veramente comune,  qualcosa che dovrebbe essere alla portata di tutti;  cercare di leggere e capire il mondo in cui si vive. E questo lo si può fare solo attraverso la cultura. Anche per relazionarsi correttamente con chi viene da una cultura diversa”

  • Ma la cultura non è, purtroppo, appannaggio  di una nicchia per pochi eletti?

“Ogni tanto in Italia esce un dibattito sulla chiusura del Liceo Classico e sulla fine o no dell’insegnamento del greco. Io sono convinto che se anche  di mestiere  sposti i mobili, avere una consapevolezza degli elementi che caratterizzano il tuo paesaggio culturale, della musica , della letteratura , della poesia è una cosa    che è molto importante saper fare . Penso alla poesia Tebe dalle Sette Porte di Brecht – Le domande di un lettore operaio:  chi la costruì ?  Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?  . Questo vuol dire che le sette porte non sono state costruite dal re ma dai servi che portavano i mattoni. La cultura, se non serve ad essere la nostra  “colla” e non costituisce lo spazio in cui tutti ci muoviamo, dall’ordinario di Filosofia teoretica all’operaio  stagionale che raccoglie la frutta, allora veramente non serve a nulla”.

  • Le tue letture preferite quali sono?

“Romanzi, classici della letteratura italiana. Il libro che ho letto più volte è I promessi sposi. E’ un libro veramente bello, che vale la pena leggere leggere e leggere ancora, dopo aver finito le scuole.  Poi il romanzo  dell’800 in generale, circa il contemporaneo, mi piace molto la letteratura israeliana. Ho amato moltissimo Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz”.

  • Quali le iniziative dell’Istituto  per veicolare la cultura italiana?

“Quello che vorrei cercare di fare è, da un lato,  far vedere il contemporaneo italiano, dal punto di vista della  letteratura,  della produzione artistica anche musicale e dall’altro, in qualche modo,  fare interagire  il mondo culturale italiano con le istituzioni culturali del posto. Sarebbe veramente molto importante. Inoltre  vogliamo fare dell’istituto un centro importante anche nella produzione di manifestazioni. La difficoltà è che devi lavorare molto sia per un pubblico italiano che tedesco. Ed è questo la nostra missione principale, lavorare per un pubblico tedesco. Poi c’è una comunità italiana talmente  ampia ed anche molto colta che si aspetta manifestazioni all’altezza. E anche questa è anche una bella sfida”.

  • Il prossimo progetto?

“Allora, alcune cose non sono ancora definite e ne riparleremo quando andranno in porto. Dedicheremo una giornata a Umberto Eco, il 4 ottobre e avremo ospite Gianni Coscia, musicista ed  amico di tutta una vita di Eco ed il suo editor Mario Andreose.  Sarà interessante avere la visione di colui che vedeva arrivare lo scritto di Eco e doveva accompagnarlo a diventare un libro. Subito dopo un progetto  in collaborazione con il  Consolato svizzero e il Lyrik Kabinett . Inviteremo Mariangela Gualtieri.  Poi ci sentiremo senz’altro per i prossimi progetti”.

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Capitano Ultimo:” Quando guardi un mendicante negli occhi, ecco, quell’attimo è Dio”

Capitano Ultimo, chi non lo conosce? Forse solo Bruno Vespa,  ripensando alla sua intervista al “piccolo” Riina trattato da scrittore… Ultimo è il  carabiniere che arrestò proprio Totò Riina e che oggi si dedica ai poveri e ai dimenticati nella struttura realizzata alla periferia di Roma nella quale vengono accolti e restituiti alle proprie vite ed alla propria dignità tanti barboni, emarginati, alcolisti . La tenuta della Mistica. Dove c’è anche una casa famiglia che ospita  minori allontanati da famiglie a rischio. Una persona da moltiplicare se fosse possibile. Lui invece prende le distanze da se stesso.  “Il mio mito?  Francesco d’ Assisi e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa due persone a cui non io ma  tutto il mondo deve tantissimo – afferma – Sono una guida, un esempio una speranza,  un ricordo, sono tutto quello che abbiamo nel cuore e  sono sempre vivi in tutto quello che facciamo, in come viviamo , sono i principali riferimenti”.

  • I suoi valori?

“Quelli della povertà, della  semplicità , del dare agli altri senza volere n iente in cambio, il ribellarsi all’egoismo, alla superbia, all’ ambizione soprattutto quella che c’è dentro di noi.  Del ribellarsi agli apparati che devono servire il popolo e non servirsi del popolo per fare lobby, potere, tutto qua”.

– Come è nato il suo amore per la cultura  dei pellerossa?

-E’ nato da  piccolo, quando capisci che lo sterminio del popolo e della cultura dei pellerossa è un crimine che ti entra nel cuore e lo vivi come se fosse stato perpetrato contro di te e contro i tuoi parenti . Lo vivi come se quel dolore  fosse stato trasmesso a te geneticamente e lo rivivi negli occhi dei piccoli bambini Maya , lo vedi nello sguardo dei fratelli Apache. Poi ho cercato e voluto  conoscere il capo di una tribù dei pellerossa, la tribù degli Apache delle bianche montagne, siamo riusciti a metterci in contatto con lui tramite un ingegnere che lavorava là. Abbiamo fatto in modo di farlo venire qui a Roma , è stato con noi cinque giorni . Abbiamo firmato un gemellaggio  con  loro e ci piacerebbe che questo popolo non morisse mai, che quella lingua e il suo suono così antico non svanissero mai”.

– Si torna sempre dalla parte degli ultimi …

“Questa  è la legalità. E’ la stessa cosa di quando dico non calpestare un fiore, non recidere una rosa, non andare lontano quando un mendicante ti chiede pietà , aiuto, che ha bisogno di te. Ecco, questa indifferenza è reato. Questo è reato anche se il codice non lo prevede. Lo prevede la nostra giustizia di strada, lo sogna e combatte per questo”.

– Quando e perché ha deciso di diventare carabiniere?

-Sono nato in una caserma. Insieme ai carabinieri, quelli semplici, sono cresciuto. Li vedevo essere sempre pronti a dare la vita per la gente. Nei piccoli paesi dove vivevo, vedevo  che rifiutavano gli onori, che non gli piaceva farsi vedere in pubblico,  era gente schiva, umile, semplice, silenziosa e mi sono sentito sempre uno di loro. Mio papà era uno di loro e me lo porto ancora nel cuore,  mio nonno era uno di loro e me lo porto ancora nel cuore”.    .

– Falcone , Ultimo e Dalla Chiesa

“Dalla Chiesa è il nostro comandante, è la persona  che ci ha dato dignità e fatto capire che la tecnica è più forte della forza. Che la forza deriva dalla tecnica, in una lotta moderna, in una lotta che praticamente ti obbliga a seguire organizzazioni, associazioni nascoste, segrete, che tu devi svelare e cacciare nella nebbia. Ecco, questa è stata una grande intuizione del generale. E’ andato avanti agli altri. Ha iniziato a dirci, a farci vedere che bisogna seguire le persone e definire l’associazione. Che la prova non è  semplicemente ascoltare un telefono ma è vedere un’associazione mentre i propri affiliati si incontrano, si parlano, sviluppano una trama associativa  fatta di incontri e frequentazioni , di persone e di obiettivi. Questa bellissima evoluzione  e rivoluzione  culturale nella tecnica di polizia giudiziaria il popolo italiano la deve al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Vedi, oggi leggi tutti questi che scrivono “servizio di ocp”  (osservazione, controllo, pedinamento) questa è una cosa militare  creata da un generale dell’Arma dei carabinieri e che dimostra il primato culturale di questo generale dell’Arma dei carabinieri . Umanamente ci ha dato l’esempio, è andato a morire in Sicilia da solo, per la gente stando sulla strada insieme alla gente, ci ha fatto vedere cosa significa combattere col cuore, donando il cuore e la vita . E’ lo spirito militare, l’egualitarismo militare che diventa modello di azione civile e sociale”.

– Per avere arrestato Riina, svelato la Duomo connection, per avere rischiato la vita  lei è andato sotto processo. Per avere servito lo Stato è stato rinviato a giudizio…Quello stesso Stato che continua a servire continuando a rischiare la vita …

“Lo Stato nomenclatura non mi interessa, è lontano dal mio cuore e dalla mia cultura, io mi sento radicato a quello Stato costituito dai cittadini, dalla gente ,dalle persone che vivono sulla strada che soffrono, nascono si amano e muoiono sulla strada, che combattono sulla strada. Quello è il mio popolo, il mio Stato. Quello Stato non giudica, ti guarda in faccia, negli occhi e capisce se fingi o se sei vero. Quello ti processa ogni giorno.  E quindi lo vivo quotidianamente ed è un processo piacevole fatto di verifiche, continue. Il processo  della nomenclatura, dei professori, delle giacche  blu, è lo stesso processo che hanno fatto agli indiani d’America,è lo stesso processo che hanno fatto e che fanno perpetrando lo sterminio del popolo Maya.  Non sono processi ma pagliacciate, strumenti  attraverso i quali le lobby di potere esercitano le loro pressioni e raggiungono i loro obiettivi politici ed economici”.

-Un magistrato italiano, tanto per non fare nomi, Antonio Ingroia l’ha processata insieme a Mori accusandola di connivenza con quei mafiosi che lei ha arrestato. L’ha rinviata a giudizio per avere catturato il capo di cosa nostra. Entrambi assolti con formula piena. Da vicende come questa, l’anima come viene segnata?

“C’è sofferenza ovviamente perché c’è, però non lo giudico lascio che lo giudichi la gente della strada e quella lo ha già giudicato”.

-I media  spesso l’hanno attaccata e intravisto chissà quali retroscena approfittando di avere un palcoscenico a disposizione come  hanno fatto Santoro e Travaglio o come fanno alcuni blogger sui propri blog. Cosa pensa di loro che, in realtà, rappresentano poi quella parte di Italia che mangia i suoi uomini migliori invece di rendere loro giustizia?

” Ci sono persone e persone. A un certo punto mi sembra che in alcune strutture si sia creata una lobby di potere  mediatico politico giudiziario  che trasforma i fatti in business show e con il loro potere condiziona cittadini e attività economiche. E’ un qualcosa di inquietante da cui i cittadini devono imparare a difendersi e devono aprire gli occhi. Mi fanno soltanto schifo”.

– L’avere vissuto tante difficoltà come l’ha cambiata, se l’ha cambiata?

“Cambiato no, il tempo modella la pietra, non la cambia e lascia segni, rughe e ferite ma cambiare no, rimani albero e pietra segnata e ferita ma la luce degli occhi non ti cambia mai se ti senti libero e quello ti rimane nel cuore”.

– Quanta parte ha la libertà nella sua vita?

“La libertà, ce l’hai e basta, ce l’hai negli occhi e ti impedisce di essere servo e schiavo se non dell’amore che hai per il tuo popolo”.

– Quanto valgono libertà ed amore in una vita in termini di sacrifici da affrontare?

“Libertà e amore sono tutto, lo splendore, poesia, profumo della vita, tutto quello che rimane,  valgono mille anni di prigione.  Sono la dignità umana, sono la luce che deve spingere un ragazzo, un  giovane a ribellarsi ma non a ribellarsi per diventare forte e potente. A farlo contro la sua ambizione e contro il suo egoismo per creare un mondo più bello dove ci siano amore e libertà”.

– Come è nata l’idea di formare la squadra di Ultimo?

“Ci siamo trovati. Io combattevo a Bagheria , eravamo cinque carabinieri contro una mafia che non era conosciuta allora, invisibile, segreta ,allora non c’erano i collaboratori. E’ cominciata parlando, vedendo la gente morire, vedendo questi criminali che riescono a prevalere su un mondo fatto di gente semplice che lavora per un pezzo di pane, che sogna, i giovani che ballano, gente alla quale piacerebbe avere un figlio, vivere in pace. Ecco, questo meccanismo nasce così. Ti guardi in faccia con la gente che ha voglia di ribellarsi a questo e piano piano dici : vabbè, l’orario di servizio è un concetto borghese, le logiche di lavoro ? Ma noi siamo combattenti , noi dobbiamo lavorare per la gente, noi amiamo la gente e non è che ci si ama a pagamento, quella è prostituzione”.

– Cosa rimane di Giovanni Falcone dopo tanti anni?

“Lo abbiamo conosciuto con la Duomo Connection. Lo abbiamo conosciuto perché abbiamo lavorato insieme, ha visto la nostra tecnica, gli è piaciuta e non l’ha più dimenticata. Infatti   mi veniva a trovare, parlavamo, discutevamo ed infatti nel nuovo codice di procedura penale c’è molto, mi pare, della nostra tecnica. Vedi, lui era stato umiliato ed isolato dai suoi “colleghi killer” tra virgolette che lo hanno  sovraesposto ed indicato a Cosa Nostra come bersaglio da poter colpire ed uccidere. Forse non dolosamente, non lo so ma questo è un dato oggettivo. Lui che cosa ha fatto? Ha sofferto, se ne è andato ma è andato con le istituzioni per costruire una bella lotta anticrimine e antimafia. Non ha fatto il pagliaccio come quelli che vedi in questi giorni in giro, no?     Falcone non ha fatto l’ avvocato per andare a fare parte di questa lobby trasversale che è potere, è andato al Ministero ed ha disegnato la Direzione Nazionale Antimafia e la Dia, boicottato da tutti quelli che oggi si scannano per stare alla Dna e alla Dia. Vergogna. Della mafia devono parlarne le persone che l’hanno combattuta sulla strada. Senza sovrastrutture. Vinci o perdi. La frontiera è questa. Vivi o muori. Il concetto non è la caccia alle streghe, per andare sempre a cercare un potere, emergere. Vedi? Vogliono essere tutti Primi e  noi invece siamo gli Ultimi e felici di esserlo. La nostra forza deve essere il non contrapporre potere ad un altro potere ma noi dobbiamo contrapporre ad un potere il servizio. Servire il popolo. Questo è il nostro orgoglio e questa è la nostra forza. Lo facciamo tutti insieme, con i ragazzi delle case famiglia, con i minorenni detenuti, con i diversamente abili, con i non vedenti, con i richiedenti asilo. Questi sono i principi su cui si fonda una democrazia e una civiltà.  Proprio per questo ti dico che in tutto quello che facciamo per i soggetti più deboli, in tutto quello che facciamo per i richiedenti asilo, sempre in noi è presente, chiaro, il grido di dolore dei fratelli  Italiani dell’Istria, della Dalmazia e di Fiume occupate” .

– Ultimo e la vita … Che rapporto hanno?

“La vita è una parola grande, ognuno di noi se la porta sulle spalle . Quando uno cammina,  vede  un albero e deve  pensare “ che cosa bella, l’albero; ha le foglie …” e si deve meravigliare di non parlare con l’albero, quindi. Tu lo vedi sempre l’albero no? Però non ti si ferma mai il cuore. Invece quando cammini e lo vedi e lo tocchi, con dolcezza e con dolcezza vedi le sfumature delle sue foglie e le senti nel cuore, ecco , allora, quella è la vita. Tutti gli altri giorni in cui tu cammini sulla strada e vedi l’albero ma in realtà non lo vedi, sopravvivi, non è la vita. E’ brevissima la vita, come quando alzi gli occhi a cielo e vedi una stella cadente, ti si riempie il cuore e senti  di fare parte di un qualcosa di bello, di generoso, di meraviglioso . Però tutti gli altri mesi e anni che non vedi la stella cadente, sopravvivi. E su questi pochi attimi ti ci giochi tutta la vita”.

-Il suo rapporto con Dio

“Dio lo cerchi nelle cose, lo cerchi nel volo del falco, negli occhi dei mendicanti che guardano, quelle persone alle quali se dai qualunque cosa si commuovono e ti commuovi anche tu. Gli dici <amico mio>, ecco quell’attimo è Dio. L’aldilà? Siamo peccatori e ci attende il nostro caro inferno. Ci andremo ridendo, ci scuseremo con tutti e chiederemo permesso anche là prima di entrare”.

  • Come è nata l’idea della comunità della Mistica?

“Dal fatto che tutti parlano di solidarietà e lo fanno in maniera indiretta. Si raccolgono fondi a favore di un ente, si intraprende una iniziativa però si rimane sempre abbastanza  distanti dalle situazioni drammatiche e quindi abbiamo deciso di metterci in gioco direttamente. Ci siamo noi in una casa famiglia fatta di persone, vivendoci ogni giorno  e guardandoci in faccia in una discreta solitudine, in una discreta indifferenza generale ed è questa la vita. Un impegno sociale diretto, non mediato da niente, in cui come al solito ci troviamo a camminare su un filo teso senza rete sotto. Non c’è ipocrisia, possiamo sbagliare ma non c’è ipocrisia. Paghi tutto quello che fai e lo paghi sulla tua pelle come sempre”.

– L’incontro ed il successivo amore con i falchi è avvenuto in maniera particolare. Nella dimensione onirica …

-C’è stato un periodo in cui stavo male per diverse cause, avevo dolori  e quindi mi ricoveravano spesso in ospedale. Non si capiva cosa avessi, parlavano di malattie strane , tutte più o meno gravi. Poi una notte ho sognato  i falchi che mi venivano incontro, mi sfioravano il viso ma come una pioggia buona, fatta di carezze e allora ho capito che era il  mio amico Ronni Lupe, capo della tribù delle bianche  montagne col quale avevo trascorso un periodo di tempo anni  prima. Diceva, guarda questi falchi sono tuoi amici, ti cureranno loro. Allora mi sono informato ed ho scoperto che il falco che mi veniva in faccia era un falco astore. Ho chiesto di fare un corso di falconeria, ho preso un falco ed appena ho iniziato a farli volare sono stato non bene, benissimo. Ho capito perché. Il falco quando vola porta il tuo cuore sopra le nuvole e ti fa vedere quello che gli occhi degli uomini non possono vedere mai”.

-Continueremo a combattere dalla parte degli ultimi anche se incontreremo sconfitte sul cammino? Perché? In nome di cosa?

“Più che combattere dalla parte degli ultimi, dobbiamo rimanere ultimi e rimanendo ultimi paghi col dolore , il sacrificio, la paura, la mancanza di dignità, tutto quello che vivono e subiscono gli ultimi ma lo devi fare diventando ultimo, non difendendoli solo. Quindi mangiamo insieme a loro, capiamo qual è la giustizia dal punto di vista loro . La giustizia è la sopravvivenza. La legge è sopravvivere . Quando capisci la paura di chi deve sopravvivere  ti cambia il livello di legalità. Distingui se uno fa una cosa per sopravvivere da chi la fa perché vuole l’opulenza . Se  compi un’azione  perché vuoi sopravvivere non è reato, sa la fai perché vuoi raggiungere l’opulenza è reato nella giungla della povera gente. E quella è la nostra legge, siamo sempre più vicini a questa legge e sempre più lontani dalla legge che è potere, sopraffazione , pressione di una lobby contro un’altra lobby. Noi non vogliamo questa legge. Vogliamo la dignità, la sopravvivenza. Al di fuori di questi temi noi non siamo adatti”.

– Ha qualche paura Ultimo?

“Ho paura di svegliarmi un giorno e dire ad un ragazzo tu non sai chi sono io ma la paura, in realtà mi manca, la cerco spesso, ne ho nostalgia. Alla fine ne diventi così amico che non la senti più. Quello che senti è la nausea per la gente squallida, viscida, mediocre, che vive per i soldi, per la propria immagine. Si avvicinano tanto, a volte, troppo, sono milioni, ti danno fastidio più del solito. Ti fanno schifo, tutto qua. Ti fanno rabbia. Rabbia verso questa gente viscida, squallida, verso questo mondo”.

Un mondo nel quale lei ci vive però

“Ho scelto di viverci accanto agli ultimi, cercando di diventare ultimo, non gli ultimi dei salotti ma facendo una casa famiglia con le persone che vivono un disagio sociale o psichico. Questo è il mio mondo e mi sento a casa mia. Fuori di qua mi sento perduto, mi sento ospite”.

-La sua famiglia  ha potuto solo accettare le sue scelte, le ha trovate già compiute, le ha subite in qualche modo …

“Io sono una persona irrequieta e quindi diciamo che sono difficile. Sono repentino e quando intraprendo una strada vado per  quella strada e basta. Come il volo del falco che prende e va. Poi i discorsi li facciamo dopo. Scegli e vai da una parte, vai per la tua strada.  Tutto qui”.

 

(intervista estratta dal mio libro Capitano Ultimo, la vera lotta alla mafia)

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Enrico Vandini presidente di We are onlus: “La guerra in Siria e quelle stragi dimenticate “

  •  Allora, cosa sta accadendo in Siria da ormai cinque anni? La verità di chi guarda la guerra con i propri occhi e senza i filtri dei media che tendono a sottovalutare le stragi.

“Quello che sta accadendo in Siria da 5 anni è fin troppo chiaro agli occhi di chi dall’inizio si è interessato a questo dramma che è stato definito da fonti dell’Onu “il più grande dramma umanitario dopo la seconda guerra mondiale”. Un regime non democratico che per anni ha obbligato il popolo siriano a vivere in uno stato perenne di terrore, con i servizi segreti più sanguinari del mondo ha reagito ad alcune manifestazioni pacifiche reprimendole nel sangue con una ferocia che all’inizio fu condannata in modo aperto da altri leader arabi. Molti appartenenti alle forze armate del regime si sono dissociati da questa repressione e ne è nato un conflitto che ora ha assunto contorni non chiari viste le tante fazioni in campo ma credo sia giusto e rispettoso per chi nel frattempo ha perso la vita ricordare con chiarezza quali sono state le origini di tutto ciò. I media non solo sottovalutano ma dall’inizio del conflitto non hanno dato notizie di quanto stava accadendo e i risultati sono fin troppo evidenti: basterebbe fare un sondaggio tra i nostri connazionali per avere la certezza che l’opinione pubblica non ha davvero idea di come sia iniziato questo conflitto e di cosa stia accadendo oggi giorno. Peggio dei media italiani credo che abbia fatto l’unione europea nei confronti dei tanti profughi che hanno dovuto scegliere, per loro e per i loro figli, se fosse preferibile morire in Siria o se, piuttosto, rischiare la vita nel Mediterraneo nella speranza di un futuro migliore. A questo proposito continuo a consigliare la visione di IO STO CON LA SPOSA, alla cui realizzazione abbiamo partecipato come WE ARE ONLUS che offre una descrizione fin troppo chiara di quanto sia accaduto. Sarebbe bello che la proiezione di questa pellicola fosse resa obbligatoria nelle scuole italiane per cercare di sensibilizzare almeno i più giovani visto che le generazioni più grandi sembrano imprigionate in un egoismo che non ha davvero giustificazione. Parlando di guerra in Siria non posso poi evitare di mettere in luce le criminali responsabilità di nazioni quali Russia ed Iran che dall’inizio hanno sostenuto il sanguinario Assad. Lo stesso Iran con cui Italia e altri paese dell’unione europea si sono affrettati a stringere affari economici senza spendere una che sia una parola circa il ruolo nella guerra siriana e, ancora peggio, sulla condizione dei diritti umani in quel paese”.

 

  • Perché questa guerra non interessa così tanto tranne quando si può sbattere un bambino in primo piano e fare sensazionalismo? Tra l’altro, secondo un giornalista esperto di guerra e politica internazionale, (Gian Micalessin) la foto del bimbo appena tirato fuori da sotto le macerie, sarebbe stata scattata da combattenti dell’Isis per tirare acqua al proprio mulino…

“Non so, francamente, se sia solo questa guerra a non interessare più l’opinione pubblica o se invece la stessa sia diventata egoista e superficiale su queste questioni. Ricordo orde di manifestanti davanti alle ambasciate Usa e nelle piazze in occasione della guerra del Golfo e mi chiedo dove siano finiti tutti questi presunti appassionati della pace e dei diritti umani. Forse che il movimento pacifista si muova solo quando sono coinvolte alcune nazioni? Quando fu evidente l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad il presidente Usa dichiarò che l’oltrepassare quella linea avrebbe provocato un intervento ma poi, evidentemente, anche lui ha cambiato idea lasciando quei 1400 morti senza giustizia né un ricordo se non nella mente di pochi. La polemica circa il fatto che la foto del bambino sia stata creata ad hoc mi pare davvero sterile ed inutile; avrei altre mille storie da raccontare e che in parte abbiamo documentato su social e l’indifferenza generale è la stessa da 5 anni a questa parte. Se i mezzi di informazione avessero davvero voglia di onorare la loro professione sono infinite le storie che potrebbero documentare ma si preferisce affidarsi ad una fonte di agenzia per scrivere un articolo che faccia scalpore. Anche i Ministeri degli Interni di tutti i paesi in cui questi profughi hanno chiesto asilo sono pieni di testimonianze su quanto hanno subito ma evidentemente tutte queste storie non creano interesse ed è triste se non peggio che il passato non ci abbia davvero insegnato nulla e che i diritti umani siano messi in secondo piano rispetto al business e alla geo politica”.

 

– Quale il ruolo reale del governo e quale quello dei ribelli a giudizio di chi vive da vicino la situazione?  Entrambi si rendono colpevoli di torture e stragi. La comunità internazionale, cosa sta facendo di concreto per cercare di avviare alla fine la guerra civile siriana? 

“Sono convinto che la responsabilità maggiore delle Istituzioni europee ed internazionali sia quella di essere rimasti immobili per troppo tempo davanti a questa guerra ed oggi gli attori in campo sono tanti, troppi e con scopi ben diversi da quelli che hanno dato vita alla ribellione. L’interesse dell’Iran è sempre stato di stampo strategico ma anche religioso e questo ha portato una connotazione di guerra religiosa in una delle poche nazioni mediorientali dove le varie religioni hanno sempre convissuto in maniera esemplare. Ora tutto è diventato talmente confuso che ancora mi chiedo come sia possibile che la Russia bombardi civili e strutture ospedaliere senza che nessuno, e ribadisco nessuno, ne chieda conto. Vogliono davvero farci credere che, con la tecnologia sofisticata di cui ogni stato dispone, queste stragi non siano attribuibili? Si crede davvero che dopo 3 anni il mondo si sia accorto della presenza di Isis senza che un giornalista o un libero pensatore si chieda o chieda ai diretti interessati con chi Isis ha fatto e continua a fare affari? A chi sono stati venduti reperti archeologici e petrolio depredati dallo stato islamico? Chi ha venduto a costoro armi e logistica? Sarebbe ora che alcuni aspetti venissero chiariti perché nonostante il vergognoso silenzio steso su questa situazione le persone che ancora credono alle favole sono poche. Isis esiste perché a qualcuno andava bene che crescesse, qualcuno ha fatto affari d’oro con questi terroristi e continua a farli e sarebbe ora che queste responsabilità venissero accertate e denunciate. La mia esperienza e le mie conoscenze in materia mi fanno credere che per cessare il conflitto in corso le parti in causa debbano prendere atto  che il popolo siriano non accetterà mai che la figura di Assad rimanga al potere e in questo sono assolutamente d’accordo con loro. La comunità internazionale dovrebbe poi prendere atto una volta per tutte di non potere decidere le sorti di altri paesi di cui conosce poco o nulla basta vedere le difficoltà create in Libia ad un governo creato a tavolino e affidato ad un personaggio con un cv a dir poco imbarazzante”.

 

 

  • Cosa accade nel quotidiano, come si riescono a gestire gli aiuti, come si riesce a distribuire cibo, medicinali eccetera?

“Gestire il quotidiano, avendo scelto di aiutare il popolo siriano, è a dir poco complicato e solo l’affetto e la grande stima che proviamo per loro ci sostiene e ci aiuta ad affrontare le grandi difficoltà. Va tenuto conto soprattutto del fatto che quando abbiamo iniziato ad operare in questo dramma mai e poi mai avremmo immaginato che il conflitto durasse tanto. I nostri primi progetti erano volti a coprire le prime emergenze confidando sul fatto che in un tempo assai più breve si sarebbe lavorato per la ricostruzione. Per quanto riguarda il nostro lavoro siamo riusciti a creare una buona rete di contatti in Turchia e anche in territorio siriano ma siamo costretti ad operare da soli vista la scarsa collaborazione delle istituzioni. La spedizione di container e lo sdoganamento degli stessi richiedono costi enormi e pratiche burocratiche per nulla facilitate dal fatto che sono effettuati a fini umanitari. Non è facile per noi, che lavoriamo come volontari e abbiamo tutti una attività lavorativa, gestire tutto questo ma, ripeto, grandi sono il nostro impegno e la nostra tenacia e posso serenamente affermare che andiamo molto fieri dei progetti realizzati nel corso di questi anni”.

  • Da quanti anni sei presidente di We are onlus ed attraverso quali canali, da quanto tempo ed in che modo operate in Siria?  Ci parli più approfonditamente della tua associazione?

“We Are Onlus è stata fondata il giorno 11/09/2013 e ci stiamo organizzando per festeggiare il nostro terzo compleanno insieme ad amici e sostenitori e io sono presidente da quella data. I primi nostri progetti prevedevano l’invio di container di aiuti quali vestiario, scarpe, giochi, farmaci e generi alimentari poi abbiamo cercato di ottimizzare il nostro impegno e di creare qualcosa di più concreto e duraturo. Viste le necessità riscontrate sul campo abbiamo deciso di aprire una sala parto in territorio siriano per dare alle donne la possibilità di partorire in ambiente sicuro e idoneo e assisterle anche a livello ginecologico e ostetrico. La sala parto è stata dotata di una incubatrice, che per fortuna è stata utilizzata poco, ed il personale che vi lavora è tutto siriano. Questa struttura nel tempo è cresciuta ed ora opera anche come ambulatorio pediatrico. In questi anni abbiamo poi collaborato con altre associazioni o enti contribuendo alla realizzazione di un ospedale sostenuto da una Ong francese acquistando un generatore di ossigeno e di corrente di cui la struttura aveva necessità. Abbiamo acquistato un bobcat da utilizzare sia per la rimozione dell’immondizia che della neve e abbiamo fatto arrivare una ambulanza che ci è stata donata da una sede locale della CRI; abbiamo anche contribuito all’acquisto di tende da campo per gestire una emergenza profughi provenienti nella cittadina siriana di Azaz in fuga da Aleppo. Abbiamo sostenuto famiglie bisognose durante il Ramadan e contribuito all’acquisto di galline da uova. Abbiamo sostenuto e continuiamo a farlo anche i profughi che sbarcano sullo coste siciliane in collaborazione con una associazione che opera in quella regione. Tanti sono i progetti realizzati e senz’altro me ne sto dimenticando per cui invito chi ci legge a seguire il nostro sito www.weareonlus.org. la nostra pagina https://www.facebook.com/WEAREonlus/?ref=bookmarks e il nostro gruppo https://www.facebook.com/groups/onlusweare/ dove puntualmente documentiamo i nostri progetti e cerchiamo di sensibilizzare chi ci segue. La settimana scorsa insieme ad alcuni volontari siamo scesi in una cittadina turca nelle immediate vicinanze del confine con la Siria dove abbiamo portato aiuto a bambini orfani e alle strutture che li assistono come già avevamo fatto a Natale e a Pasqua e posso assicurare che al ritorno da esperienze come queste le energie rinascono in maniera quasi miracolosa e si parte a testa bassa per realizzare nuovi progetti con lo scopo di non lasciarli mai soli”.

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