Daniela Di Benedetto, il nuovo corso del Comites e il sogno di un’Europa di pace

Dottoressa Di Benedetto, lei è a capo del Comites da pochi mesi. Cosa è cambiato, se lo è, rispetto agli ultimi anni?

Il Comites è cambiato molto.  Intanto è cambiata la percezione che ne abbiamo. Dopo l’ultimo mandato di 11 anni i cittadini si sentono oggi più lontani dai Comitati, nonostante ne abbiano più bisogno per via della problematica situazione dell’Italia e degli Italiani nel mondo. Situazione resa difficile da una crisi che è oggi tanto cronica quanto acuta, nonostante le recentissime riforme. La distanza tra cittadini ed istituzioni è stata rivelata dalla bassissima partecipazione al voto. Bisogna tuttavia sottolineare come questa  sia stata determinata a sua volta dal forzato prolungamento del mandato elettorale del precedente Comites e dalla difficoltà del cittadino ad accedere al voto. Oggi il Comites di Monaco di Baviera è un Comites del tutto nuovo. Nessuno di noi ne era precedentemente stato membro. L’età media si è abbassata di molto, anche rispetto a quella del momento dell’elezione del Comitato precedente. È aumentato il numero di donne, che oggi ne rappresentano la maggioranza, ed è più varia la composizione delle professionalità e delle esperienze anche non professionali. Abbiamo membri del Comites che arrivano da zone fino ad oggi scoperte dell’area di riferimento, come Landshut e Regensburg. Tutto questo si riflette in alcune scelte già compiute e rese operative come, ad esempio l’introduzione di nuovi metodi di incontro e canali di comunicazione. Le riunioni e le votazioni possono oggi avere luogo anche in remoto e prevedono, per le riunioni pubbliche, sempre un momento in cui la parola viene lasciata al pubblico. Stiamo verificano anche la possibilità di utilizzare la diffusione in streaming delle riunioni pubbliche. È aumentato inoltre il numero delle commissioni. Oggi abbiamo, ad esempio, anche una commissione Cultura ed una Newcomers. Il vecchio Comites ha lavorato per rafforzare i legami con le Istituzioni bavaresi e tedesche, noi vogliamo adesso lavorare sulle sinergie della Comunità e sul senso di Comunità stesso liberando e facendo interagire energie che sappiamo esistere.

Quali sono, nel concreto, le funzioni del Comites?

Sono quelle definite dalla legge italiana. Rappresentare i cittadini italiani che vivono nel territorio di riferimento, raccoglierne le istanze, cercando soluzioni politiche (e non individuali). Facciamo da tramite con le Istituzioni tedesche e Bavaresi e con il ministero Italiano, anche attraverso il Consolato.

Sono appena state formate cinque commissioni: quali i progetti?

I progetti sono ancora in fase di definizione, posso solo accennare qualche chicca. Per la commissione salute. La presidentessa Valeria Milani desidera, oltre che proseguire la campagna per le vaccinazioni, avviare una nuova campagna di sensibilizzazione su alcuni temi specifici che diventano oggi, a causa dei nuovi flussi migratori, delle emergenze. Come ad esempio la Talassemia, o anemia mediterranea. Le Istituzioni sanitarie locali sono abbastanza impreparate rispetto alla diffusione di questa malattia genetica tipica del bacino del mediterraneo. È compito nostro sensibilizzare i concittadini ma anche le assicurazioni sanitarie ed il legislatore rispetto ad essa. La commissione Scuola, presieduta da Dario Del Bianco, valuterà la possibilità di creare sinergie nell’ambito della diffusione della lingua e cultura, in collaborazione anche con l’Ufficio scuola del Consolato; desidera rafforzare la consapevolezza del bilinguismo e dell’interazione culturale, anche attraverso la collaborazione più stretta con la scuola Italo tedesca Leonardo da Vinci; verificare la situazione dei ragazzi italiani, soprattutto in fase adolescenziale, che arrivano dall’Italia. Su quest’ultimo punto è fondamentale la collaborazione delle famiglie perché si possano trovare soluzioni “politiche” per casi specifici molto numerosi e gravosi per la società. La commissione Newcomers, presieduta da Silvana Sciacca, continuerà l’esperienza dei Newcomers Network party avviata un paio di anni fa e che ha avuto successo in termini di informazione e di accoglienza dei concittadini neo arrivati.  La commissione Cultura, presieduta da Rolando Madonna, ha in mente una serie di attività anche in relazione all’anniversario del Gasterbeiterveträge del 20 dicembre. Sono già stati lanciati i primi elementi per una collaborazione con il comune di Volpedo per realizzare una mostra su Pellizza. Infine la commissione Piccole e Medie imprese e Made in Italy, presieduta da Alessandra Santonocito, sta lavorando ad una mostra “itinerante” piuttosto innovativa sul Made in Italy e la moda italiana negli anni, in collaborazione con Matteo Chincarini. Si tratta di un progetto piuttosto innovativo che scoprirete nei prossimi mesi, non possiamo dire di più al momento.

Il lavoro e le iniziative nel settore scolastico sembrano essere uno degli obiettivi più importanti.  Quali i progetti futuri?

Oltre a quanto detto sopra ritengo che un discorso a parte debba essere fatto rispetto al ruolo che proprio noi italiani possiamo avere nel dare un contributo all’evoluzione del modello scolastico bavarese. In questo ambito, dare voce ai nostri operatori pedagogici sul territorio, guardare con la dovuta curiosità alla ancora giovane scuola bilingue e al ginnasio italo-tedesco che già tra pochi mesi aprirà le prime classi, possa essere utile soprattutto ai nostri amici e omologhi bavaresi. Allo stesso tempo analizzare e trasporre gli aspetti positivi del percorso scolastico “duale” (scolastico e professionale attraverso le scuole di mestiere) potrebbe arricchire il mondo scolastico e lavorativo italiano. In questo scambio e reciproco arricchimento potrebbe risiedere un piccolo grande successo dell’integrazione, non solo di singoli individui, ma di metodi e culture.

Lei lavora, si occupa di politica, è moglie e mamma, riesce a conciliare tutti i ruoli?

Ci provo, potrò valutare solo più avanti se ci sarò riuscita.  D’altra parte ciascuno di noi deve conciliare molti ruoli e sappiamo come nelle diverse fasi della vita uno di questi sia predominante rispetto agli altri. Nel mio caso questi avvicendamenti hanno una frequenza ed una incidenza molto rilevante e non è sempre facile adattarsi. Richiede molta elasticità. Tuttavia ritengo che per essere un buon politico bisogna avere esperienza delle diverse fasi della vita e dei ruoli in cui i concittadini che rappresentiamo si trovano in prima persona. Come politico desidero poter sempre dire quello che penso, se non lo facessi non sarei leale rispetto ai miei elettori. Se non avessi un’altra vita oltre alla politica questa mia libertà sarebbe forse inferiore o comunque messa in pericolo.

Essere donna a capo di un qualsiasi organismo, può rappresentare un valore aggiunto?

Io credo nel valore della persona. Occorre guardare alla persona prima che ad ogni altra successiva connotazione. Credo però anche nel valore dell’eterogeneità. Fino a poco tempo fa alcune fasce d’età, alcune professioni, il genere femminile, erano parecchio sottorappresentati nelle Istituzioni. Oggi la tendenza è diversa e la rappresentanza assume un volto più vicino alla popolazione rappresentata. Essere donna a capo di un organismo assume, in questo contesto una valenza necessaria nel concetto di alternanza, quindi si, può essere in questo senso un valore aggiunto. Non credo  che il genere della leadership sia garanzia per la sua riuscita.  Ritengo però che in questa fase una leadership femminile ed una buona squadra possano essere utili a smussare alcuni aspetti di una cultura che ancora, qualche volta, tende a “usare” il volto femminile per ragioni di “marketing” ma poi non gli riconosce autorevolezza politica al momento giusto. Se la politica diventa marketing vince il marketing e perde la politica, secondo me. Il marketing è uno strumento, non il fine.  Ed una politica che dice tutto a tutti è una politica che non sa essere partigiana, che alla fine non appartiene a nessuno e non deve rendere conto a nessuno…Io non credo che le istanze politiche si possano risolvere con operazioni di marketing, così ritengo anche la nostra squadra. Quindi con noi questo ragionamento non può funzionare.

Cosa sente di poter dire ai nostri connazionali a Monaco, città a forte flusso di immigrati, dopo gli attentati di Parigi?

Di continuare a vivere con naturalezza e senza paura né diffidenza. La paura è il vero obiettivo degli attacchi terroristici: in questo modo limiterebbero la libertà del nostro agire quotidiano, le libertà della persona e degli individui delle società figlie dell’illuminismo e della democrazia.

Cosa vuol dire vivere da italiani a Monaco? C’è reale integrazione o si rimane sempre, in qualche modo, ospiti?

La possibilità di integrarsi c’è ma dipende molto da una attitudine personale. Spesso si crede che per integrarsi bisogni rinunciare alla propria identità, alle proprie abitudini. Secondo me integrarsi vuol dire essere coscienti del valore aggiunto che noi possiamo portare, grazie agli elementi comuni e a quelli di innovazione appartenenti alla nostra identità e formazione. Un elemento fondamentale, secondo me, è vivere ogni giorno come se fosse per sempre abbandonando quel senso di nostalgica precarietà che in passato ha accompagnato i migranti.

Un’ultima domanda: ha un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare?

Si, sogno un’Europa che sia Europa vera e non un marchio virtuale. Vorrei una Europa forte delle proprie eterogeneità ma anche del proprio comune substrato storico e culturale, figlio della rivoluzione illuminista, della Magna Charta Libertatum, della storia di Federico II e Carlo Magno, della Grecia classica e dell’impero romano. Una Europa che abbia la forza di ricordare le tragedie del passato per guardare con coraggio al futuro. Una Europa solidale che sappia essere unita e forte di fronte alle sfide importanti e aperta all’innovazione.  Sogno una Europa fatta di regioni metropolitane, in cui le tradizioni locali siano valori da difendere e conoscere ma anche aperte alle evoluzioni. Un’Europa che sappia farsi promotore e reale difensore della pace.

 

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