“Lo Stato mi ha abbandonato” – Storia del testimone di giustizia Gaetano Caminiti

Hanno tentato di ucciderlo due volte, nel 2009 e nel 2001, la prima volta sono scappati con le armi in pugno perché qualcosa era andato storto  e la seconda  si è salvato solo perché lamiera della sua auto ha trattenuto i proiettili destinati a lui; gli hanno quasi ammazzato un figlio, sopravvissuto al fuoco appiccato dal racket per puro  per miracolo; dal 1993, anno in cui ha aperto un punto Snai,  ricevitoria Sisal ed agenzia per il trasferimento di denaro in tutto il mondo a Pellaro, frazione di Reggio Calabria, sono oltre 55 gli episodi  dei  quali è rimasto vittima. Attentati, incendi, estorsioni, lettere minatorie, buste con proiettili recapitate a casa.  Cinque, uno per ogni componente della famiglia, scrissero i criminali, compreso il cane. La criminalità non gli ha perdonato di aver  aperto un’attività in un luogo in cui la ‘ndrangheta controlla ogni respiro, ogni metro quadrato di territorio.  Eppure lui non si è fermato. Ha continuato.   La “colpa” di Francesco Gaetano Caminiti, è quella di aver denunciato i suoi  aguzzini. Oggi vive grazie a due elettrostimolatori , è invalido ed il figlio ancora porta sul corpo i segni del fuoco al quale scampò per miracolo dopo dieci giorni trascorsi in rianimazione. Ha tentato anche il suicidio ma all’ultimo momento la pistola con la quale voleva togliersi la vita, non ha funzionato.  La sua vita e quella della sua famiglia continuano in un crescendo di  difficoltà, solitudine , minacce, incendi, attentati. E cominciano a diminuire anche i clienti, minacciati dalla mafia, che iniziano a non entrare più nel locale. Esistenze che nessuno mai potrà far ritornare alla normalità. Dopo le denunce di Caminiti, intanto, viene istruito il processo contro i suoi estorsori. Azzardo viene chiamato. Caminiti testimonia  nell’aula del tribunale riuscendo a far condannare , in primo e secondo grado, Vincenzo Nettuno, Gennaro Gennarini e Terenzio Minniti , a sei anni di reclusione.

“Dopo il processo – ricorda lo stesso Caminiti – , gli elogi ed i convenevoli del caso, tutto si è ritorto contro di me. Mi è stata revocata la scorta senza che nessuno me ne spiegasse i motivi ed è stata ripristinata solo dopo mesi ed  un ricorso al Tar del Lazio. Le minacce non sono mai finite . I carabinieri di Reggio Calabria mi avevano promesso che avrebbero svolto tutto l’iter necessario a farmi accedere ai fondi per le vittime  di estorsione che denunciano ed invece sono stati proprio loro a bloccare la mia pratica della legge 44/99 presso la Prefettura di Reggio Calabria. Oggi mi trovo a combattere contro la ‘ndrangheta che sta vincendo e contro lo Stato e le istituzioni che in questo momento sono più forti e motivati a farmi chiudere l’attività, dall’altra parte. Un accanimento nei miei confronti inspiegabile”.

“Denunciare è un atto di civiltà? In Italia no perché le conseguenze ricadono su chi denuncia e sulla  sua famiglia. Io sono sempre qui, con l’incubo del fuoco, delle pallottole, della dinamite, ogni giorno. Per questo dico a mio figlio: vattene, qui non c’è vita. Cosa chiedo allo Stato? – conclude Caminiti – Protezione perché so di essere in serio pericolo di vita e la possibilità di tornare a lavorare perché ho perso tutto per dare il mio contributo alla società e contrastare il fenomeno mafioso”.

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